VIVA I BIDELLI
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RIFLESSIONI SULLA DEMOCRAZIA E SULLA SUA FINE

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Messaggio  Davide Selis Dom Ago 23, 2015 6:32 pm

Continua:
2) la seconda critica al pensiero politico di Gianroberto Casaleggio richiede un minimo sforzo di immaginazione: dobbiamo concepire una civiltà futura da fantascienza, ovvero quello stesso mondo che il nostro autore sogna, quel mondo che lui a tratti si figura possibile per tenersi carico, e per alimentare la propria attività onirico-politica. Immaginiamo dunque che tutta l'Italia, o almeno la maggioranza schiacciante degli italiani, si sia convertita alla democrazia “on line” e la voglia praticare; immaginiamo pure che il Movimento 5 Stelle abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei consensi alle elezioni, e decida di risolvere tutta l'attività politica in questa metodologia nuova, anziché nella saggezza e concretezza di Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e tanti altri dirigenti illuminati emergenti. Tutti i cittadini useranno il computer per diverse ore alla settimana, per contribuire alla genesi delle leggi e delle delibere politiche. Sarà un continuo ping-pong stimolo-risposta, con tutta Italia che gioca con tutta Italia. I risultati di questo sforzo di “pensiero” collettivo saranno messi ai voti tramite internet, e se otterranno la maggioranza semplice dei suffragi, diventeranno le regole del nostro vivere. Sarà molto facile divenire legislatori, per tutti noi cittadini: se una opzione mi piace, se mi convince, faccio subito “CLICK”.

Sarà facilissimo legiferare, ma... sono le difficoltà, che aguzzano l'ingegno (ci ricorda il Manzoni)! Quando sarò rapito da una rappresentazione che mi affascina, o respinto da una che mi disgusta, resisterò alla tentazione, alla pulsione di fare immediatamente “CLICK”? Va valutato inoltre che le questioni da decidere saranno una infinità, da quelle di carattere nazionale a quelle inerenti la vita delle comunità locali, e se perderai troppo tempo per riflettere su qualcuna, trascurerai le altre. Si imporrà oltretutto una nuova norma etica, socialmente condivisa (come quella che ci ha convinti finora della sacralità e della ineluttabilità della democrazia), un dover-essere collettivo per cui ogni cittadino perbene dovrà dare il proprio contributo ad ogni decisione, pena non poter più criticare la norma consacrata dal voto degli altri, avendone perso il diritto morale. La vita individuale ne sarà massacrata, la vita sarà massacrata.

Nella psicologia come scienza, lo studio dei processi creativi è ancora una zona d'ombra, illuminata dagli sforzi di alcuni pionieri. E' tuttavia già accertata una legge, secondo la quale una concezione innovativa deve fare una lunga anticamera nell'apparato pre-logico della mente, prima di imporsi alla coscienza e poter trasformare la precedente organizzazione cognitiva dei dati. Questo valse per la teoria della relatività, come vale per tutti noi che non siamo Einstein. Vale anche per me, che ci ho messo una vita quasi intera, per superare l'ideale democratico. Il pensiero ha tutt'altre regole ed esigenze che una partita di ping-pong.

Il risultato del gigantesco “ping-pong legislativo stimolo-risposta made in Casaleggio” sarà dunque quello di impedire il pensiero creativo, l'innovazione, e ridurre enormemente le possibilità di riflessione. Per come io sono fatto, faccio già fatica ad accettare in forma parziale queste limitazioni nel mondo attuale, non so se riuscirei vivere in una dittatura della pancia sulla mente. Se uccidiamo del tutto la creatività, se togliamo l'innovazione, il mondo perde il suo sale e la vita non vale più la pena di essere vissuta. E nel senso del benessere materiale collettivo, le soluzioni migliori ai problemi si trovano quando vi è una piccola minoranza di geni-genietti-geniacci, lasciati liberi di arrovellarsi mentalmente per partorire qualcosa di nuovo nell'interesse di tutti. La conoscenza si genera a livello sociale, si è detto più sopra, non si genera a livello individuale; ma si genera per punte di diamante, per fughe in avanti di pionieri che raccolgono i fermenti collettivi che la loro epoca ha prodotto, e li portano a maturazione terminale sotto forma di idee, idee che gli stessi pionieri del pensiero concatenano in una visione della realtà nuova, la quale dà un nuovo centro e una diversa angolatura prospettica alla configurazione percettiva-cognitiva precedente. Senza questa dialettica, tra il grande gruppo che si muove lungo le linee determinate dalla Storia, e un esiguo drappello di testa che fugge in avanti, tutto chiuso in se stesso e concentrato nel proprio sforzo, per poi farsi raggiungere; senza questa dinamica, il progresso dell'umanità non c'è oppure è molto più lento ed accidentale. E se fosse anche soltanto un progresso più lento, significherebbe tanto bene in meno per l'umanità, tanto benessere in meno, tanta sofferenza e tanti morti in più.
(Continua)    

Davide Selis

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Messaggio  Davide Selis Mer Set 02, 2015 5:53 pm

(Continua)

Continua:
3) per formulare un'altra critica alla visione politica di Gianroberto Casaleggio, è utile riprendere un passo dell'intervista già riportata con il primo link:
Segretezza (nelle trattative) e leaderismo sono due caratteristiche della politica. Crede che il web possa eliminarle? Perché è giusto farlo?
«La trasparenza è uno dei princìpi di Internet e credo diventerà in futuro obbligatoria per qualunque governo o organizzazione. Non è corretto che qualcuno decida per i cittadini in base a logiche imperscrutabili e senza renderne conto. Il parlamentare o il presidente del Consiglio è un dipendente dei cittadini, non può sottrarsi al loro controllo, in caso contrario non si può parlare di democrazia diretta e forse neppure di democrazia”-

Dunque, una politica tutta trasparente, senza segretezza nelle trattative: questo rivendica il nostro. Se non fosse un benemerito, se non fosse il fondatore di un movimento che è benefico per la società italiana, e che ha dato una speranza pure a noi, grideremmo che è un pazzo e che occorre metterlo in prigione per il bene della società stessa. Trattandosi di lui, di un puro idealista nonché di un benefattore, ci limiteremo a ricordare che tutti i politici, anche quelli più piccoli, sanno che senza trattative riservate e segrete, IL MONDO CROLLA. E questa necessità la contemplano pure gli studiosi, per quanto astratti e teorici, di psicologia sociale e scienza della politica: essi ci insegnano infatti che tutti gli eventi che comportano un confronto problematico, e la soluzione di un conflitto, richiedono un preliminare lavoro di abboccamento fra intermediari delle due parti contrapposte, un tira e molla, un lavoro di lima dietro le quinte, prima che si raggiunga un accordo. Nella più “democratica” delle organizzazioni politiche, nessun leader vince un congresso durante il congresso stesso, bensì prima, tramite patteggiamenti ed accordi informali condotti in buona parte da abili mediatori, uomini di fiducia che negheranno sempre al grande pubblico l'opera da loro svolta.
Questo primato della trattativa informale e nascosta, su quella controllabile e condotta alla luce del sole,  ha riguardato l'uomo da quando esso è animale politico, cioè da sempre.
Ma se volessi convincere qualcuno di questa tesi, citerei due casi-limite.

Per il primo esempio scomoderò uno storico campione della democrazia che non è più fra noi, il mitico Enrico Berlinguer.
Credo che pochi come lui abbiano incarnato, e addirittura con alterigia, questo tratto culturale e politico distintivo: la trasparenza nei confronti della “base” (o “classe”) , la necessità di un confronto con i lavoratori per ogni decisione importante, il dovere morale che ogni passo compiuto sia manifesto al popolo rappresentato.
Ma Berlinguer era un politico, a differenza di Casaleggio; quindi in circostanze cruciali accettava perfino di cadere in contraddizione con l'ideale di trasparenza da lui stesso professato. Uno di questi casi, fu quando il mitico Enrico tentò un abboccamento riservato con Pierre Carniti, per indurlo a ritirare l'appoggio al decreto di San Valentino ed evitare la rottura con la CGIL, e la conseguente frantumazione della federazione sindacale unitaria. Leggiamo nell' “e-book “ di Pierre Carniti  “Passato prossimo”: “Tatò mi telefona per dirmi che Berlinguer vorrebbe parlarmi a quattr’occhi. Mi accordo per incontrarlo a casa dello stesso Tatò. L’incontro dura un paio d’ore”. Se non fosse stato per Carniti, che a distanza di anni ha rivelato per iscritto questo incontro ed i temi in esso dibattuti, il popolo che si identifica/va con Enrico Berlinguer non ne avrebbe mai saputo nulla. Questo colloquio riservato ha tutto della trattativa segreta fin qui tratteggiata: l'utilizzo di un abile mediatore (Tatò del PCI), vicino ad entrambe le parti in contrasto, e il carattere ristretto della discussione (due interlocutori più un mediatore o moderatore). Ho argomentato in un altro topic il mio giudizio negativo sull'operato di Berlinguer in quegli anni ( https://vivaibidelli.forumattivo.com/t42-scala-mobile-amarcord ), e come lo si possa ritenere il principale responsabile di quel disastro che è stato la fine dell'unità sindacale; ciò non toglie, per la costante ambiguità delle cose umane tante volte richiamata, che QUELLA VOLTA Berlinguer abbia compiuto un passo da apprezzare. E non poteva farlo se non segretamente; qualora avesse scritto sull'Unità che intendeva incontrare Carniti per parlare con lui di scala mobile, solo per questo le posizioni di entrambi si sarebbero irrigidite, e subito le rispettive tifoserie si sarebbero mobilitate per impedire ogni possibile accordo.
L'accordo in quel caso non si raggiunse; se l'esito fosse stato diverso, tutto il merito di evitare l'indebolimento dei sindacati confederali, ed anche quel referendum che ha lacerato il mondo del lavoro (seminando discordie e ostilità, che hanno nuociuto anche alla convivenza fra le persone), tutti questi meriti sarebbero stati di una TRATTATIVA SEGRETA.

Il secondo esempio per argomentare la tesi della opportunità, anzi, di una certa ineludibilità, delle trattative segrete, ci porta su un terreno scabroso. Ricordate la prima guerra del golfo?  Non si era mai capito perché Bush padre si fosse accontentato di liberare il Kuwait e di sfoltire l'esercito iracheno, rinunciando ad eliminare Saddam Hussein, che pure odiava, ed avesse lasciato questa incombenza al figlio, il quale la considerò poi come un obbligo morale per completare l'opera paterna.
Non si era capito il motivo, finché certe indiscrezioni giornalistiche non hanno rivelato, anzi sussurrato, l'unica spiegazione plausibile; vi è stata una trattativa segreta fra le due parti belligeranti. Allora si credeva che Saddam disponesse di uno spaventoso arsenale di armi chimiche, e fosse pronto ad usarlo ai danni dell'armata occidentale e delle popolazioni vicine. Fu quindi promesso e concesso il mantenimento del trono al dittatore iracheno (che subito ne approfittò per massacrare i curdi ed altri dissidenti), in cambio della sua rinuncia a colpire con armi improprie . Una trattativa schifosa, siamo d'accordo. Ma quella trattativa salvò molte vite umane. Si sarebbe forse potuto raggiungere lo stesso obiettivo, di limitare i danni della guerra, con una trattativa alla luce del sole? Forse che il popolo americano e le altre popolazioni occidentali avrebbero accettato che si trattasse con “il nuovo Hitler”? Ed i sostenitori del rais iracheno avrebbero amato Saddam con la stessa intensità di prima, se egli avesse patteggiato con l'odiato nemico americano? Vi sono dei passi che l'opinione pubblica non sopporta; se sono passi forieri di bene, è necessario dunque che non li conoscano coloro che non li possono sopportare, se questi ultimi hanno il potere di interdire quei passi.

(Continua)

Davide Selis

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Messaggio  Davide Selis Dom Ott 11, 2015 8:33 pm

Continua:
Riprendiamo:
“«La trasparenza è uno dei princìpi di Internet e credo diventerà in futuro obbligatoria per qualunque governo o organizzazione. Non è corretto che qualcuno decida per i cittadini in base a logiche imperscrutabili e senza renderne conto. Il parlamentare o il presidente del Consiglio è un dipendente dei cittadini, non può sottrarsi al loro controllo, in caso contrario non si può parlare di democrazia diretta e forse neppure di democrazia”-
Casaleggio ha dunque scoperto l'inganno, della democrazia rappresentativa, ed ha perfettamente ragione. Ha ragione quando afferma che alle condizioni attuali “non si può parlare di democrazia diretta e forse neppure di democrazia”. Si è tenuto prudente per eleganza; noi che siamo dei volgari bidelli, ci esprimiamo in un modo più diretto e perentorio: “NON SI PUO' AFFATTO PARLARE DI DEMOCRAZIA”.
L'unico modo in cui se ne potrebbe parlare, è un modo totalmente alla luce del sole, come quello auspicato da Gianroberto. Ma queste modalità, si è detto, sono socialmente deleterie e distruttive.
Dunque la DEMOCRAZIA:
o è un inganno, o è un danno (un danno grave, una rovina). Come volevasi argomentare.

Consentitemi ora uno slargamento, per dedicare una notazione critica a Gianroberto Casaleggio come tipo umano, prima di congedarci da lui. Senza nessuna pretesa di indovinare l'identità di un uomo tanto enigmatico (anche se i bidelli spesso ci azzeccano, proprio perché si muovono e si orientano terra-terra), oso affermare: si tratta di un “puro”. Un puro idealista, come lo era Robespierre. Si tratta di un uomo di acclarata buona volontà, come traspare da tutto il suo impegno politico; ma pure di buoni sentimenti, come traspare da un passo in coda a quella antica intervista al “Corriere della Sera”, che abbiamo citato più sopra:
“E qual è il progetto di cui è più orgoglioso?
«In generale tutte le volte che attraverso il blog o il M5S siamo riusciti ad aiutare a dare voce agli emarginati o a chi era in difficoltà, come nel caso di Federico Aldrovandi (il diciottenne ucciso a Ferrara da poliziotti nel 2009,ndr). L’ultimo libro con Fo e Grillo, Il Grillo canta sempre al tramonto in cui si discute del senso del M5S, ne è un piccolo esempio attraverso la cessione dei diritti dei tre autori a un’associazione di bambini ciechi e a una di bambini sordomuti che versavano in gravi difficoltà»”.
Senza questa domanda della intervistatrice, il merito umano di Casaleggio-benefattore non si sarebbe forse mai saputo. E questa riservatezza gli fa non poco onore. Tuttavia, per quanto il nostro sia encomiabile sul piano umano ed etico, chiedo ai più anziani dei miei lettori: se non esistesse il caso-Casaleggio, voi vi fidereste di uno che fa il capellone a sessant'anni? E che fa il capellone oggi? Il mio buonsenso, ed un mio amico psicologo professionista qualificato, che mi donò le sue sentenze quando ancora non si conosceva Casaleggio, mi dicono che in questi casi non c'è affatto da fidarsi.
(Continua)

Davide Selis

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Messaggio  Davide Selis Dom Nov 22, 2015 11:41 pm

Continua:
Dopo aver salutato Gianroberto Casaleggio, qualcosa resta da dire di suo figlio, ovvero del movimento da lui fondato, un movimento che attualmente noi “bidelli” appoggiamo dall'esterno. Non so quanto durerà questo consenso che diamo al Movimento cinque stelle, il cui spirito stride fortemente con le idee di questo stesso elaborato.
Il movimento in questione è portatore di una clamorosa contraddizione, come già si è accennato, della quale non è minimamente consapevole. Si permette di difendere la Costituzione e di invocarne la sacralità, quando i Padri Costituenti mai avrebbero condiviso una democrazia di base gestita tramite il computer (se a quei tempi fosse stata possibile), criticata nel post precedente e praticata costantemente dai pentastellari. I Padri vollero un Parlamento perché si potesse legiferare decantando le passioni popolari quanto più possibile, e vollero due camere anziché una, per un surplus di prudenza, perché questi due organismi si controllassero reciprocamente: due i filtri, non uno solo, sulle opzioni di tipo epidermico o viscerale. In sostanza: un potenziamento del primato e del controllo della ragione sulla pancia.

Noi non condividiamo il pacifismo acritico del movimento, che suona alle nostre orecchie come egoismo puro e abbandono dei più deboli alle violenze;
non condividiamo la sopravvalutazione dell'onestà (che resta comunque un dovere cardinale per ogni politico e per ogni cittadino), la sopravvalutazione della base popolare e della volontà del popolo, non condividiamo la mancanza di una struttura di partito, non condividiamo altre cose... ma soprattutto NON CONDIVIDIAMO LA DEMOCRAZIA.

Si è detto pure in precedenza che consideriamo il M5s un formidabile anticorpo nella deriva e decadenza attuale; si è detto in altri topic che un ritrovato spirito comunitario è l'unica risorsa, l'unica speranza di salvare l'Italia nei tempi duri che attendono il nostro paese, e che Beppe Grillo ed il gigantesco gruppo-comunità da lui fondato sono gli unici ad incarnare e diffondere questo spirito.

I rischi per me certamente ci sono, e non piccoli, nell'affidarmi ad un popolo e ad istanze che sono da un lato molto simili a me, ma dall'altro molto diversi e contrastanti, e di un contrasto irriducibile. Ma “a mali estremi estremi rimedi” e nella vita vi sono momenti in cui non si può non rischiare (penso quanto debba essere costata a suo tempo ai partigiani anticomunisti la scelta di fare la Resistenza insieme a quelli “rossi”).

Secondo la mia intuizione, della quale non dubito, vi è il rischio che, dopo aver sovreccitato il popolo contro il Parlamento, dopo aver abolito la politica come arte, in nome della semplice onestà, dopo aver reso impossibili le pratiche riservate ed i passi segreti che servono al bene comune, dopo aver fatto guidare la macchina del governo del paese a chi non ha né la patente né la capacità di guida, si debba scegliere tra una dittatura militare o l'instabilità sociale, la perdita di qualità della vita, la violenza diffusa come costante quotidiana, e forse la fame generalizzata.

Ma nell'osare un passo nel quale avverto un tremendo rischio, è di supporto un convincimento, una idea guida che mai ho riscontrato falsa: quando sul piano dei valori astratti o del bilancio costi/benefici, o delle probabilità favorevoli e contrarie, il “pro” ed il “contra” di una scelta si scontrano all'infinito, senza che una delle due opzioni in gioco prevalga per via logica, non resta che mettere da parte l'intelletto ed affidarsi all'olfatto, all' ”odor di bene”. Esiste infatti nell'uomo una capacità nativa, intuitiva, di percepire il bene, laddove l'intelletto, la razionalità e la preparazione culturale non sono sufficienti.

Ed esiste un apparato mentale pre-logico, in ognuno di noi, che è come un meraviglioso elaboratore elettronico . Fu dimostrato, se non ricordo male, che l'uomo della strada è in grado di rispondere esattamente di primo acchito a quesiti su materie che non ha mai studiato, come per esempio: “vi sono più morti per incidente stradale o per tumore?”.
Questo elaboratore inconscio, che un mio antico maestro chiamava “io profondo”, raccoglie quotidianamente tanti dati che sfuggono alla coscienza, la quale non può focalizzarsi su tutto, ed opera deduzioni, esse pure inconsapevoli.

Certo, imparare ad ascoltare e rispettare questa profonda voce di sapienza che tutti abbiamo, è oggi un'opera che esige auto-educazione. Superare il frastuono e l'allagamento della coscienza da parte di una marea di input, fare silenzio dentro di sé e mettersi in ascolto di quanto sale dall'io profondo (che non è la “pancia” viziata) è già una notevole impresa. Mettere da parte le proprie preferenze emotive, che non entrano in ballo su quesiti come quello citato più sopra, ma in altri casi tirano l'io individuale “per i capelli”, è un'altra abilità da recuperare pazientemente. In queste arti io mi sono esercitato a lungo, per cui oggi riesco a fare previsioni esatte anche in materie nelle quali sono del tutto incompetente. Ho previsto da subito il fallimento di Tsipras nella sua sfida ai poteri forti, anche se il mio cuore voleva tutt'altro, e ci ho azzeccato in previsioni cruciali sulla sorte dell'Italia, ad onta dei professori e dei signori della politica, che hanno sbagliato.

Fiero di questi miei vaticini azzeccati (ricordo che non devo dimostrare nulla a nessuno, ripeto ancora una volta che sto scrivendo note confidenziali del tutto soggettive), mi permetto di dire agli amici: bisogna appoggiare il movimento di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, è foriero di bene. Ma non sarà positivo in eterno, per quell'eterna miscela e alternanza di bene e di male che è il motivo ispiratore di questo blog. Saliamo dunque con entusiasmo sul carro a cinque stelle, ma teniamoci pronti a scendere.
(Continua)  

Davide Selis

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Messaggio  Davide Selis Gio Dic 24, 2015 12:55 am

Continua:
"E' meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature".

E' una frase nobile, impregnata di spirito libertario e di altri valori. Ed ancora più nobile è l'autore di questo aforisma, il mitico Sandro Pertini, un uomo che ha dato molto all'Italia, prima come partigiano e poi come Presidente della Repubblica. Nel contrappormi a questo concetto, provo non poco imbarazzo. Contrastare le idee di Pertini, il quale ha reso testimonianza ai valori in cui credeva con la coerenza della propria vita, ed affrontando privazioni e terribili rischi ha contribuito a renderci liberi, farà indignare chi mi legge, più ancora della tesi fin qui argomentata; ma soprattutto questa contrapposizione da' disagio e turbamento a me, che amo, venero e rimpiango la figura di Sandro Pertini. Devo quindi ricordare a me stesso, uno dei principi sui quali è incardinato il presente blog, ed una sua sezione in particolare (“La pagina delle contraddizioni”): il BENE ed il MALE (e dunque anche il VERO ed il FALSO), convivono intrecciati in ogni ente (e si alternano in ogni estensione prolungata di spazio e di tempo). E' possibile quindi che un nano come lo scrivente abbia ragione contrapponendosi ad un gigante, anche perché chi scrive è un nano sulle spalle dello stesso gigante: superare la democrazia non sarebbe oggi possibile, se il tentativo di conquistarla, incarnarla e praticarla non si fosse già consumato fino in fondo con le energie migliori dei nostri padri, che sono giunti perfino al martirio per questa causa.
Senza più indugi: Pertini sbagliava, formulando quella massima. E dietro di lui sbagliano oggi tutti coloro per i quali quel pensiero è un dogma di verità. E' evidente la falsità dell'assunto, se lo confrontiamo con i fatti attuali, e del recente passato; ancora più evidente se ci si concentra su quella che è la democrazia modello per gli  occidentali: la democrazia degli USA. Questa forma di governo e di sistema politico e legislativo può veramente essere ammirata, e noi italiani non sbagliamo quando la invidiamo. Ma questo sistema di leggi, di pratiche, di meccanismi e di garanzie è rimasto poco di più di una bellissima poesia, di un inno alla libertà ed ai valori dell'occidente. Quanti milioni di morti ha causato o permesso, in Iraq da pochi anni, e prima ancora in Vietnam e in Giappone, la meravigliosa democrazia americana, faro dell'occidente? Senza contare le vittime delle dittature nei paesi latinoamericani, dittature promosse e sostenute dalla CIA? Senza contare i morti delle stragi di stato, dalle nostre fino all'11 settembre e ai fatti di Parigi (non obiettatemi che sto alternando dati fattuali con mere supposizioni non dimostrate: io mi sto contrapponendo al pensiero del mitico Pertini, e non vi è dubbio che il Nostro la pensasse e la avrebbe pensata in questo modo; inoltre, chi non ritiene che nell'abbattimento delle torri gemelle vi sia la mano e soprattutto la committenza dei servizi segreti statunitensi, può fare a meno di leggere queste note). Senza contare la creazione dell'Isis, che secondo la denuncia della stessa Hillary Clinton è opera degli USA. Se la Russia di Putin sia o non sia una democrazia è un problema irrisolto dai grandi osservatori, analisti e politologi. Di sicuro Pertini non la avrebbe considerata tale, non fece la Resistenza per dar vita a dei regimi autoritari. Ebbene Putin, abbia o non abbia fatto assassinare i suoi avversari politici, come si mormora e da molti si ritiene, ha procurato di certo meno morti degli americani. E la morte è irreversibile, mentre l'oppressione e la cattiva qualità della vita sono reversibili. Ma riprenderemo questo motivo. Consideriamo ora la seconda grande democrazia occidentale, nella classifica di quelle più ammirate: quella inglese. Alcuni decenni fa il turista occidentale che visitava Londra ne tornava inebriato, lo so per testimonianze ricevute, tutte concordanti. Si respirava libertà, vivacità, gioia di vivere ed una atmosfera di diffuso benessere. Non so se questo stato di cose perduri, io non sono stato a Londra né ieri né oggi. Ma ammettiamo che almeno in parte questo senso di felicità perduri. Ricordiamoci però subito dopo che il Regno Unito, sotto la splendida guida di Tony Blair, è stato corresponsabile alla pari con gli USA dei milioni di morti iracheni e della destabilizzazione di quell'area geografica, uno sconvolgimento che ha continuato e continua a produrre lutti e terribili sofferenze; ricordiamoci inoltre che anche sotto i governi successivi l'Inghilterra ha seguitato ad essere guerrafondaia e interventista, causando la perdita di vite umane e seminando distruzione e odio. E questo viene fatto da una grande democrazia. Ma vogliamo astrarci dalle vicende internazionali, e ricordare soltanto quelle di politica interna, come molti fanno? Margaret Thatcher, democraticamente eletta nella democraticissima Inghilterra, quadruplicò intenzionalmente il numero dei disoccupati: questo le dittature latinoaamericane non lo hanno mai fatto, e non lo hanno mai fatto Saddam Hussein e Gheddafi, che di certo erano dittatori.
Un'altra democrazia decantata è quella di Israele, perché è l'unica democrazia nel Medio Oriente. Questa condizione esclusiva è un motivo sufficiente per certuni, per parteggiare per Israele nell'eterno conflitto con gli arabi, conflitto che Israele ha sempre provocato. A chi non è prevenuto è evidente senza bisogno di alcuna parola, quanta violenza, quanta morte e quanta ingiustizia produca la democrazia israeliana. In tutto il mondo, vi sono e vi sono stati dei paesi non democratici, meno portatori di violenza. Un caso simile ad Israele è quello della Turchia; un analista accreditato si è permesso recentemente di dire in un talk-show che lui stava dalla parte della Turchia piuttosto che dell'Iran, della Russia e della Siria, perché soltanto la prima è un democrazia, certo imperfetta e discutibile, ma pur sempre una democrazia. Sì, una democrazia... che sostiene e finanzia l'Isis!!!
Per screditare la tesi di Pertini sull'assoluto primato etico della democrazia in quanto tale, possiamo pure volgere lo sguardo al passato. Chi ha una certa età come lo scrivente, ricorda bene l'indignazione e la repulsione che provò per l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle nazioni dl Patto di Varsavia. Quella, come scrisse Kundera, fu una spudorata forma di violenza alla luce del sole, sotto le cineprese. Fu certamente una repressione odiosa. Ma non dimentichiamo che il patto stipulato a Yalta per la spartizione del mondo, veniva difeso pure dall'altra parte contraente, con metodi più nascosti ma più cruenti, come colpi di stato promossi e pilotati dall'esterno in paesi di importanza strategica cruciale, “stragi di stato" e condizionamenti di altro tipo.  L'invasione sovietica della Cecoslovacchia produsse tanti morti quanti ne causa un incidente stradale... E poi: l'ideatore e autore di quella ripugnante invasione, Leonid Breznev, è oggi ricordato dalle masse popolari degli stati dell'ex Unione Sovietica, quasi alla stregua di un padre della patria, per aver risollevato l'agricoltura dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale e migliorato le condizioni di vita dei popoli.
Attenzione: con quanto argomentato fin qui non si è voluto sostenere che le dittature siano positive, siano da amarsi; si è voluto semplicemente contestare il principio che le democrazie siano da preferirsi a priori, e incondizionatamente.
(Continua)

Davide Selis

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Messaggio  Davide Selis Mar Gen 05, 2016 3:58 pm

Continua:
Una confidenza si impone: nello scrivere il post precedente ho sofferto molto. Io infatti appartengo a quella minoranza di tipi umani che riesce vivere solo in una democrazia, e che in una dittatura si suiciderebbe, oppure insorgerebbe contro il potere costituito procurandosi la rovina, oppure cadrebbe in depressione. (Naturalmente questo è vero solo se ci confrontiamo con i modelli politico-sociali attuali e con quelli storici, ovvero se manteniamo l'equazione “democrazia = libertà di pensiero”). Ma se il post di cui sopra è stato scritto così controvoglia, e da uno che ha solo da perderci, nel confutare il primato delle democrazie sulle dittature... ai miei occhi il contenuto di verità di quello scritto ne esce corroborato.

Ma proseguiamo: se è vero dunque che le democrazie non sono migliori delle dittature, che cosa dovrà fare un movimento o partito politico, o un movimento di opinione? Perseguire la dittatura? O perseguire la democrazia, cercando di espungerne i tratti “mortiferi”? Né l'una né l'altra cosa: un movimento popolare futuro dovrà rinunciare ad avere un disegno totale di società da realizzare, e quindi rinunciare a rivendicare la sovranità per il popolo, quella sovranità che è sancita dalla nostra stessa Costituzione. Dovrà far tesoro dell'insegnamento di Gaetano Mosca secondo il quale l'unica realtà fondamentale è il conflitto, la lotta di classe fra il popolo e la compagine che detiene realmente il potere. Non si tratterà dunque di costruire per intero una società come noi cittadini la vogliamo, ma di strappare di volta in volta, con la lotta in tutte le sue forme eticamente lecite (manifestazioni, referendum, controcultura tramite i media...) e con la pressione esercitata dalla pubblica opinione, determinate riforme parziali, che equivalgano a “spezzoni” di società modellati sulle nostre esigenze.

Questo programma, questo spirito non è lo stesso che attualmente viene incarnato dal Movimento Cinque Stelle. Infatti il movimento in questione, anche se agisce molto opportunamente “per spezzoni” di impegno politico costruttivo, e si impegna su fronti diversi e separati (le amministrazioni comunali, la creazione di piccole imprese produttive tramite i tagli agli stipendi dei parlamentari, la proposizione di grandi temi che investono l'intera comunità nazionale, come l'uscita dall'euro e le energie alternative), crede pur sempre in un progetto totale di società nuova, liberata dal malaffare e dai torbidi interessi della politica. E si immedesima in questa utopia perché crede fermamente, fortissimamente nella “SOVRANITA' POPOLARE”, ereditando questo principio cardine, sul quale è incardinata la nostra stessa Costituzione.

E qui siamo giunti ad un punto cruciale: la messa in discussione, ed anzi la confutazione, del concetto di SOVRANITA' POPOLARE. E qui, a chi scrive queste note trema la mano. Mi riservo più che mai il beneficio di inventario e di ritrattazione o superamento, circa la “tesi forte” che segue, e ricordo a chi mi legge che lo scopo di tutta questa discussione sulla democrazia non è quello di stabilire dei dogmi o verità definitive, e nemmeno delle verità parziali e contingenti: lo scopo è muovere le acque, un po' in anticipo sui tempi, e buttare una tesi nel calderone della elaborazione del nuovo pensiero politico collettivo: una tesi che (forse) richiamerà una antitesi, come pure delle correzioni; e a questo punto il processo ideativo non sarà ancora, affatto finito. In altre parole: nel pentolone in cui si cucina la nuova visione della politica, finirà anche questo mio ingrediente, il cui sapore dovrà fare i conti con tanti ingredienti diversi, di diversa matrice e provenienza, fino alla cottura ultimata di un piatto assai composito. Quindi, se mi esprimo con un tono assertivo e perentorio, è solo perché con i “forse” non si costruisce nulla, nemmeno un ponteggio. Se una tesi non è espressa con forza, non richiama nemmeno delle antitesi, ed il divenire si blocca.

Riprendiamo dunque il filo: la sovranità popolare per me non esiste, perché non credo in alcuna sovranità. Esiste solo il conflitto, e parziali superamenti, e momentanee armonie.

C'è da star male se si pensa a quanto i Padri Costituenti si siano impegnati per dare la sovranità al popolo. Sia chiaro: il loro sforzo non è stato inutile, è stato un faro di civiltà, che ha promosso una Italia migliore e prodotto tante benefiche conseguenze. Ma la Verità è un'altra cosa. Per capirci: oggi pochi credono nel nazionalismo e molti fanno rivoltare Giuseppe Garibaldi nella tomba, come forse io sto facendo rivoltare Don Dossetti, che pure venero. Ma anche se oggi diverse persone meridionali colte, asseriscono che il Sud d'Italia sarebbe stato meglio se fosse rimasto borbonico, questo non significa che l'unità d'Italia non si dovesse fare, che Garibaldi si sia impegnato per niente (o addirittura per un esito nefasto) e che certi giovani con la camicia rossa siano morti per niente, o che se restavano a casa era meglio per tutti. Attenzione alla sottigliezza: io non credo nel determinismo della storia, sono possibilista. Non credo che le cose non potessero andare diversamente, affinché si generasse questo nostro momento attuale in tutte le sue ricchezze e miserie, affinché fosse generata da generazioni lontane anche questa nostra attuale discussione critica. Credo piuttosto che nella miscela di male e di bene che sempre si realizza, una delle due forze di volta in volta prevalga, e credo che l'uomo di ogni epoca possa distinguere di volta in volta con l'intuizione, con una sorta di olfatto, dove sta il bene (in maggior misura) e dove sta il male (in maggior misura). Ieri era un bene il patriottismo italiano, oggi non lo è più. Ieri era un bene la Resistenza piuttosto che Salò, ieri era un bene la Costituzione, compresi i suoi cardini. Per dirne una soltanto, la sovranità popolare e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge hanno permesso a tanta povera gente di vivere a testa alta e non umiliata, hanno permesso una qualità della vita migliore per i poveri, più importante anche di un maggior benessere materiale, perché non di solo pane vive l'uomo.

Ma la Verità è più forte di tutto, ed ha come cavalier servente il Tempo, che è galantuomo. Ed oggi la Verità grida: LA SOVRANITA' POPOLARE NON E' FARINA DEL MIO SACCO.

Credo utile ribadire i concetti sopra esposti, ricorrendo ad una forma più stringata e ad un esempio: oggi vi sono dei puri idealisti i quali ritengono – giustamente – che la salvezza del genere umano, delle diverse specie animali e dell'habitat comune, sia l'assoluta priorità della nostra epoca. Essi ritengono pure – giustamente – che per realizzare questo obiettivo-missione, sia necessario abbandonare la follia della “crescita” economica e produttiva. Essi ritengono anche – forse giustamente – che per concretare questa idea sia necessario, o sia meglio, dissolvere stati e nazioni e ridursi a vivere in piccole comunità rurali autosufficienti. Questi teorici della decrescita, essendo dei puri idealisti, se fossero vissuti nella prima metà dell'ottocento avrebbero dato o rischiato le loro vite per la causa risorgimentale, per l'unità d'Italia. E non sono in contraddizione: essi non avrebbero voluto padroni ieri, quando si sarebbero ribellati al giogo austro-ungarico (ai tempi in cui questa ribellione era la priorità assoluta), come non ne vogliono oggi (quando si ribellano alla tirannia dei mostri attuali, che ci stanno portando all'estinzione). Allo stesso modo il Davide Selis che nell'immediato dopoguerra avrebbe rivendicato con tutte le sue forze la SOVRANITA' POPOLARE, oggi ne respinge il concetto. Lo stesso discorso si può fare per la democrazia: quella rivendicazione convinta, che era un bene ieri, oggi non lo è più. Abbandonarla, non è cadere in contraddizione: la contraddizione è tale all'interno della stessa fase temporale, non riguarda epoche diverse. Ed oggi sta nascendo una alba nuova, quella della civiltà post-democratica, anche se il ceto intellettuale, vigliacco e testardo come sempre, preferisce restarsene a dormire e a gridare con intransigenza ed isterismo: DEMOCRAZIA! DEMOCRAZIA! DEMOCRAZIA!
(Continua)      

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Messaggio  Davide Selis Dom Feb 21, 2016 9:06 pm

Continua:
Avevamo messo le mani avanti, nell'ipotizzare la fine ormai prossima della democrazia come ideale socialmente condiviso: si era prefigurata una fase di interregno. Si era detto più o meno: prima che nuove categorie mentali e culturali si siano generate, ed impiantate stabilmente nelle menti dei cittadini, anche alcuni spiriti critici che coscientemente si adoperano per il superamento del modo di pensare democratico, saranno costretti ad invocare e rivendicare la democrazia, per non essere sopraffatti nella competizione  politica e sociale.  Io credo che lo stesso tipo di fenomeno, una apparente contraddizione ed ipocrisia, avverrà riguardo all'idea di sovranità: se prenderanno piede la utopia della decrescita e l'ispirazione “no-global”, inizialmente sarà necessario rivendicare la sovranità degli antichi stati-nazione per contrapporsi agli stati continentali, ed uscire da questi, e per uscire dal mega-circuito del mercato globale; se l'ideale della decrescita continuerà poi ad attuarsi progressivamente, secondo il lucido sogno di Maurizio Pallante, si passerà probabilmente a rivendicare la sovranità, non più statale ma regionale, e quindi comunale, per giungere ad attribuire sovranità alle piccole comunità locali-rurali, a quei monasteri laici autosufficienti di cui scrive Pallante. Ma noi “bidellanti” porteremo la croce ancora una volta, se saremo vivi: anche nei momenti di cambiamento storico epocale che stiamo ipotizzando, anche quando la passione collettiva sarà fortissima (ed è bene che sia tanto forte, per superare i difficilissimi ostacoli e le forze contrarie al cambiamento, e salvare così la specie e le specie), pur dialogando con pochi e rimanendo per lo più chiusi in noi stessi... continueremo a servire e coltivare la Verità... ovvero a mantenere chiara, e tentar di tramandare una idea: LA SOVRANITA' NON ESISTE. E' UN PREZIOSO, FORSE INSOSTITUIBILE COLLANTE PER LA COESIONE SOCIALE E L'IDENTITA' COLLETTIVA. MA DI PER SE' NON ESISTE.
….................................................................................................................................................
Si è fatto riferimento nel post precedente ad una capacità presente nell'uomo, da sempre attiva ed attivata per le scelte ideologiche e politiche: una certa intuizione del bene, una scelta dei valori del tutto prelogica, un senso di orientamento nativo e primitivo riguardante le opzioni di valore. Abbiamo chiamato “olfatto” (rigorosamente tra virgolette) questa attitudine umana, che è uno dei motori più potenti della storia. Su questo punto, ci ha manifestato perplessità un lettore fedele, uno spirito illuminato che segue con attenzione e partecipazione, finanche emotiva, lo snodarsi di questo nostro tema. Questo amico trova troppo debole e vago il concetto analogico di “olfatto”, per incardinarvi la storia dell'uomo e lo sviluppo futuribile dell'umanità; per affidare a un ente così vago il futuro e la salvezza del genere umano. E qui, probabilmente la colpa è nostra. Di non aver chiarito bene che non stiamo elaborando una dottrina politica. Questa, richiederebbe di certo un fondamento più robusto e solido. Ma lo scopo prevalente di questo elaborato è criticare il presente, e prefigurare o dare una sbirciata al futuro, da un punto di vista nuovo ed insolito. A questo sforzo si sovrappone una certa tesi, o “pars destruens”, che ha lo scopo di favorire ed accelerare l'avvento del nuovo (come Francesco Bacone volle distruggere alcuni pregiudizi di pensiero detti”idola”, il nostro “idolum” da abbattere è quello della “democrazia”), e una pars “construens” consapevolmente vaga e debole, che coincide con la “sbirciata al futuro” di cui sopra. Torniamo al primo dei tre alvei indicati: le scelte ideologiche e politiche, e più in generale quelle valutative, l'umanità le ha sempre fatte sotto la spinta di due fattori: 1) una preesistente opzione ideologica; 2) l'”olfatto”, di cui sopra. Oggi, sta cadendo l'ultima ideologia, ovvero la “democrazia” (che naturalmente non è mai stata cosciente di essere una ideologia, come succede a tutte le ideologie: esse credono di essere qualcosa di più obiettivo ed universalmente valido), e noi nel nostro piccolo la stiamo aiutando a cadere.  Per il momento, resta in campo solo l'”olfatto”, per guidare l'uomo nella cernita del bene e del male.
(Continua)

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Messaggio  Davide Selis Dom Apr 10, 2016 6:02 pm

Continua:
Ancora una volta mi ha scritto in privato un amico, anch'egli fedele lettore di queste note, dicendomi: “...Resta in me, e penso anche in altri lettori, una specie di horror vacui relativo alla mancanza di una proposta sistematica, strutturata, che vada a sostituirsi ai modelli di democrazia e sovranità....”. Certo, carissimo, questo “horror vacui” è molto forte pure in me, e sopportare questo peso è in certi casi il destino delle avanguardie, dei fautori, dei pionieri di una svolta nella mentalità collettiva, i quali sono portatori di una “pars destruens” preponderante rispetto alla “pars construens” dell'orientamento nuovo che rappresentano: quest'ultima infatti sarà il frutto di uno sforzo partecipato, e non di un singolo conato individuale; avrà bisogno inoltre della sua naturale palestra di tentativi ed errori. Ma nella pratica, nella vita vissuta degli individui e delle masse, nessun “horror vacui” sarà mai presente a togliere la tranquillità a nessuno. La nuova rappresentazione sociale del bene politico infatti si farà strada gradualmente, e questi “gradi” saranno tutti “bocconi” di cibo mentale per le masse, bocconi così nuovi e sconvolgenti che nessun individuo potrà sentirsi orfano, o privo di pensiero: ogni novità ideologica da sempre abbaglia le menti in modo tale, da non far percepire alcun vuoto cognitivo. Ed inoltre, la nuova ideologia o rappresentazione collettiva, per lungo tempo convivrà “fianco a fianco” con il vecchio ideale democratico, senza che la maggior parte degli individui avverta la contraddizione o la focalizzi. Il vecchio abito mentale, detto “democrazia”, verrà deposto e consegnato al guardaroba (ovvero alla storia), solo quando la gente avrà del tutto indossato il nuovo, e si sentirà ben vestita e ben coperta dai capelli ai piedi. Un processo analogo avvenne al tempo della mitica rivoluzione francese:
questa, lungi dall'essere un moto spontaneo delle masse popolari affamate, si poté fare materialmente solo come ultimo atto, e solo dopo che un ceto colto, la borghesia, ebbe sostituito del tutto in sé medesima, le vecchie categorie mentali con le nuove (da essa stessa create ed elaborate). Quale pensiero, quale mentalità comune ci sarà dopo il tramonto definitivo degli ideali della democrazia e della sovranità popolare? Non siamo tenuti ad essere dei profeti fino a questo punto: ci sentiamo però di escludere che l'alba della civiltà nuova sarà quella preconizzata da John Dewey. Questi, forte della lezione del marxismo come lo siamo tutti noi, pensatori post-moderni (la sociologia della conoscenza marxista ha avuto infatti il pregio di smascherare, demistificare tutte le ideologie -ma non se stessa- nel loro tratto fondamentale: il carattere di verità parziali, generate da interessi di parte, che si arrogano la pretesa di essere verità totali, ovvero la verità definitiva), ma associandola al suo spirito americano migliorista e liberale-liberista, giunse ad una siffatta elaborazione (si veda “Ricostruzione Filosofica”): se le ideologie sono state fino ad ora la bandiera, il programma e la difesa di determinati interessi di parte, mentre credevano e facevano credere di essere LA VERITA', da oggi in poi si cambia. Quello che le ideologie sono sempre state inconsapevolmente, ovvero la tutela di interessi particolari, devono esserlo da oggi in poi consapevolmente e alla luce del sole. Dalla loro competizione, civile, libera e pacifica (“democratica”), scaturirà il nuovo ordine sociale. L'auspicio di Dewey non si è avverato: anche ideali deboli come la socialdemocrazia o la stessa “democrazia”, hanno avuto bisogno di considerarsi e accreditarsi come formule universali, per la giustizia ed il benessere, per il bene del genere umano. Ed è pure opportuno che la speranza di Dewey non si realizzi, perché l'uomo ha bisogno di sognare, ha bisogno come idealità di soluzioni totali e totalitarie. Ne è prova la strada fatta da un utopista come Beppe Grillo, che ha saputo parlare ai cuori proprio perché è un utopista, crede e fa credere che basti affidarsi all'onestà e alla volontà popolare, nonché ai mezzi odierni di consultazione utilizzati per acclarare la medesima volontà, per realizzare un eden. Che basti angosciare i mercati e la finanza per vivere felici. Che basti realizzare la decrescita, cominciando con l'uscita dall'euro e la ritrattazione del debito pubblico, per vivere felici. Con questa carica di utopismo Grillo ha fondato un movimento che sta cambiando (per ora in meglio) la società italiana. Senza questa carica, affidandosi al solo pragmatismo, non avrebbe ottenuto simili risultati. Il carro grillino andrà prima o poi a sbattere contro un muro, o più muri, e si capovolgerà o frantumerà, con un senso di lutto e di tragedia per (quasi) tutti coloro che vi erano saliti e vivevano l'euforia del successo, e delle conquiste sociali nuove e progressive. Ma senza utopia, senza ideologismo, senza un falso assoluto, senza sognare, i risultati importanti di rinnovamento e di risanamento fin qui conseguiti , e quelli a venire, ancora più belli (io credo e spero), non ci sarebbero stati/non ci sarebbero.
…............................................................................................................................................................            Vi è una recentissima novità politica in Europa: il movimento DIEM 25 di Yanis Varoufakis. Il suo programma è poco chiaro, se non che vuole  dissolvere la vecchia Europa comunitaria e fondarne una nuova, basata sulla democrazia anziché sullo strapotere della finanza. E' difficile anche per noi, resistere al fascino di Varoufakis, e forse sceglieremo di non resistere, e per vivere meglio gli ultimi anni di vita attiva (e/o per morire meglio) e per mandare a cuccia il mostruoso babau che sta sbranando l'Italia, non sazio della Grecia (e che poi sbranerà la Francia), ci metteremo a gridare con Varoufakis: “DEMOCRAZIA, DEMOCRAZIA”. Ma lo faremo senza crederci, come non ci crede (o non ci crede totalmente) lo stesso Varoufakis (si veda il post numero 14 di questa lunga rassegna).
(Continua)  

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Messaggio  Davide Selis Lun Giu 06, 2016 11:23 pm

Continua:
Come detto a più riprese, esiste un nucleo di lettori, nella moltitudine che a sorpresa  sta seguendo queste note, che mi comunicano in privato le loro impressioni, opinioni, riserve e obiezioni su quanto vado esternando. Questa volta sono stato criticato per aver offerto un paradigma troppo astratto e non più attuale, nel tentare di definire il prossimo futuro delle ideologie, ovvero il tramonto dell'ideale democratico nel pensiero e nel sentimento comune, e la sua sostituzione con una ideologia nuova. Mi si dice che non ho la percezione della gravità del tempo in cui viviamo, del collasso che si sta per verificare, collasso dell'ambiente ovvero dell'intero pianeta che ci ospita (e presto quindi della stessa umanità e delle altre specie viventi), se non si adottano rimedi drastici e bruschi. Così drastici e bruschi che non permetteranno uno sviluppo naturale e graduale delle dinamiche di “ricambio ideologico” che ho tratteggiato più sopra. Ragazzi, temo davvero di aver sbagliato, e correggerò il tiro con questo post. Ma consentite ad un uomo che non è più tanto lontano dall'ultimo traguardo, di sognare una conclusione dolce, di sperare che il paradigma astratto, del ricambio ideologico naturale e non traumatico, si possa coniugare per un'ultima volta (ovvero, che vi sia ancora qualche decennio di *relativa* tranquillità, prima della fase più drammatica, degli aut aut tra sopravvivere e morire). Ammetto comunque che è  assai più probabile che questo ultimo tempo di “normalità” non vi sia, e che presto saremo incalzati dalla necessità di scelte di vita nuove e sconvolgenti. E qui riemerge il nostro filo conduttore, che adesso si impone da sé più che mai. Si impone infatti l'interrogativo se le nuove scelte possano essere effettuate “democraticamente” , se possano essere fatte poco o tanto dal popolo (o, più semplicemente, simulando che sia il popolo a compierle, come finora è avvenuto per gran parte delle deliberazioni “democratiche”). Gli antichi romani contemplavano una dittatura illuminata, come soluzione di emergenza per gestire le situazioni di crisi e di difficoltà straordinarie, ed avevano ideato precise garanzie costituzionali per limitare nel tempo questo strapotere conferito ad un singolo. Io credo che i nostri antenati avessero ragione, e che il loro insegnamento vada rispolverato per affrontare i tempi nuovi che ci attendono, tempi che saranno i più difficili della storia. La “democrazia”, che esista veramente o meno, è una zavorra troppo pesante ed un rischio troppo grande, quando si decide della sopravvivenza della specie e del suo habitat. Sbaglia per me Beppe Grillo, che è tutto infarcito di sane utopie, ma anche, purtroppo, di utopia  democratica, sbaglia quando vuole affidare al popolo le scelte per la salvezza del popolo stesso. Anche i fautori più strenui e più convinti della democrazia infatti non possono non ammettere che questo valore è secondo e non primo, rispetto al valore vita. Tale assunto, per me fu una delle conquiste più drammatiche della mia esistenza, una conquista che feci per così dire “a sproposito”, ma che mantiene il suo contenuto di verità inconfutabile. Questa conquista di pensiero fu assai sconvolgente, per me che sono libertario fino al midollo, che odio e aborriscco le dittature con tutte le mie forze. Falliva l'eroico regime cileno di Salvador Allende, per il quale io giovinetto avevo parteggiato con tutta la passione di cui ero capace. Avevo sognato allora una Italia cilena, che praticasse con determinazione la giustizia sociale e la promozione/emancipazione dei ceti più deboli, senza per questo abolire le libertà individuali né quelle politiche, così come avveniva nella grande avventura cilena. Ma le cose là andavano sempre peggio, e ad un certo punto la situazione fu fuori controllo. Tutti i media di allora mi rappresentavano un paese alla fame, con violenza dilagante e paura quotidiana... un paese sull'orlo del cannibalismo, per la sopravvivenza dei singoli. In questa situazione, vera o falsa che fosse, intervenne l'esercito con il colpo di stato. E la mia anima si divise in due: la parte emotiva continuava a tifare per la sinistra cilena, per la libertà e per la povera gente, mentre la parte razionale concepiva che PIUTTOSTO CHE LA FAME, LA DISPERAZIONE ED IL CANNIBALISMO PER LE STRADE, E' MEGLIO UNA PROVVISORIA DITTATURA. Salviamo la vita sopra ogni altro valore, verrà poi il momento di recuperare la libertà, la dignità e la giustizia.
(Continua)

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Messaggio  Davide Selis Lun Lug 11, 2016 11:14 pm

Continua:
Il dramma di coscienza evocato nell'ultimo post, si generò nel mio animo a sproposito, per effetto di una determinata crisi dell'economia che non era affatto “intrinsecamente necessaria” né prodotta dalle dinamiche interne e “spontanee” del sistema politico-sociale in cui avveniva, bensì era provocata da blocchi, pressioni ed infiltrazioni di una super-potenza straniera, la quale intendeva far crollare il regime socialista cileno: l'embargo economico di cui soffriva il Cile allora, non era evidente se non a chi lo pativa; e solo in seguito si sarebbe saputo che certi movimenti di protesta esplosiva ed ingestibile, come la interminabile agitazione dei camionisti cileni, erano commissionati e pagati dagli Stati Uniti. Chissà quante altre cose vi furono allora che io non conosco, nella mia spaventosa ignoranza; chissà quante e quali altre nessuno ancora conosce. La fame del popolo non era determinata dalle “scellerate riforme” di tipo socialista, come si faceva credere tramite i giornali, ma era imposta dall'esterno.

Se io avessi saputo queste cose al tempo del conflitto psicologico di cui sopra, lo stesso dibattimento interiore non vi sarebbe stato: è infatti per me un ideale di vita e un convincimento profondo, che alla violenza non ci si debba sottomettere; ed inoltre, se anche accantoniamo la democrazia come stella polare e come valore assoluto (fu allora, dicevo, che la stessa democrazia mi apparve in tutta la sua relatività, dal punto di vista assiologico), rimangono vivi più che mai, e più ancora di prima, gli ideali che devono colmare il vuoto e rassicurare la coscienza individuale: la non-violenza, il rispetto delle persone, la solidarietà e la giustizia. La dittatura di Pinochet  calpestò queste istanze, oltre a calpestare la democrazia. Pinochet, appunto: mentre compiva il colpo di stato, non si sapeva ancora con certezza se fosse “cattivo”, o fosse un patriota e volesse soltanto salvare il suo popolo dalla fame, dalla disperazione e dal cannibalismo, tramite una presa del potere dettata dalla contingenza, e provvisoria. La mancanza di una impossibile conoscenza preventiva, teneva aperto il mio conflitto, del quale ho riferito.

Siffatta tensione interiore si generò a sproposito, come dicevo all'inizio, ma dalla vita si impara sempre qualcosa, anche dalle esperienze sbagliate e dalle valutazioni inesatte date in buona fede. Se la crisi cilena fosse stata determinata da fattori intrinseci alle scelte di politica economica e sociale compiute dal governo Allende, e se Pinochet non si fosse mai macchiato di uccisioni, torture ed altre efferate violenze ai danni degli oppositori e di povera gente inerme, quest'ultimo sarebbe stato un patriota e la sua dittatura sarebbe da approvare. Ma così non fu per due motivi, e ne basterebbe uno solo, uno qualsiasi dei due, per maledire il tiranno cileno; ma ve ne sono addirittura due.

Facciamo adesso un paragone tra la crisi del Cile di Allende e la crisi dell'intera umanità attuale. Una traslazione non è possibile, per i motivi tratteggiati fin qui. La crisi cilena era imposta con violenza estrinseca, mentre quella attuale ha una matrice che valutiamo intrinseca: il venir meno delle risorse materiali, e il deterioramento dell'ambiente, a causa della “crescita” economica. Nel post che precede, abbiamo valutato forse opportuna e forse addirittura necessaria, una “dittatura illuminata” per uscire dalla crisi attuale, per salvare il pianeta e le specie viventi, noi compresi. E qui sorge una difficoltà: come evitare che prenda il potere un salvatore della Patria che si rivelerà in seguito un mostro, come fu il caso di Pinochet (che a tanti appariva buono, quando insorse)?

Ci siamo appigliati nel post precedente ad una prassi della antica Roma, che era garantita dalla stessa costituzione della Repubblica romana: eleggere un dittatore in caso di difficoltà straordinarie nella vita della società, per risolvere quelle crisi. Alcuni storici ci dicono che questa  modalità di dittatura era elevata addirittura al rango di “magistratura straordinaria”; era una funzione comunque costretta entro precisi limiti temporali: il dittatore restava in carica fino al superamento della situazione critica per la quale era stato eletto, e comunque non oltre sei mesi di tempo. Volendo ereditare dai nostri  saggi antenati un simile meccanismo salvifico, del quale abbiamo forse bisogno, troveremmo due ostacoli, due barriere che appaiono a prima vista insormontabili: la nostra attuale Costituzione ed il nostro attuale sentire comune. Sono due motivi distinti ma correlati.

La Costituzione è infarcita del sentire comune “democratico”, dal quale deriva come reazione al fascismo, e a sua volta interagisce ed alimenta questa sensibilità; con il suo apparato concettuale inoltre veste la stessa sensibilità. Apparirà strano, forse contraddittorio, che proprio di questi tempi, mentre siamo tutti impegnati a difendere la Costituzione da tentativi di cambiamento operati dall'attuale potere politico... in questa sede, in questa nicchia di pensiero, suggeriamo invece la necessità di superare nei fondamenti la stessa Carta, la quale è un inno alla democrazia. Ma ricordiamolo ancora una volta: un conto è la battaglia politica ed un conto la ricerca filosofica. Certo, la verità per noi non va mai tradita, nemmeno per il bene del popolo o per una emergenza politica: ed infatti, nel contrastare il governo Renzi e la riforma Boschi, giungiamo perfino a rivendicare la costituzione attuale come se fosse una cosa *quasi* sacra.  Ma è quel “quasi” che fa la differenza. D'altra parte, il nostro amore per la costituzione dei nostri Padri è autentico: la amiamo come un bellissimo poema e una venerabile reliquia, di un passato venerabile. Ma, per fare un esempio chiarificatore: amiamo e veneriamo pure la “Divina Commedia”, però non vorremmo che oggi si poetasse così, né che si condividesse ancora la visione teologica che ispirò quel capolavoro.

Si è detto che la opportunità di istituire una “magistratura straordinaria” che sia una “dittatura breve”, cozza contro la Costituzione ed anche contro il sentire comune, che ha generato ed è stato a sua volta generato da quel sistema di leggi. Questo duplice ostacolo è ben rappresentato da un articolo reperibile in internet ( http://www.instoria.it/home/dittatura_anitca_roma.htm ), che descrive la dittatura contemplata dalla costituzione della Repubblica romana: “ essa appare, anche alla luce delle esperienze storiche del secolo scorso, come la negazione assoluta del liberalismo e della democrazia, quali forme di condivisione del potere politico e della sovranità, tra i componenti di una comunità nazionale fatta di cittadini dotati di pari diritti.

Per questi motivi sarebbe impossibile oggi concepire una dittatura all’interno di un sistema politico democratico, poiché agli occhi dei moderni si scadrebbe inevitabilmente in un ossimoro.

Nel corso dell’antichità romana, tuttavia, il concetto di dittatura era molto diverso. Essa era infatti pienamente inserita tra le magistrature previste dall’ordinamento repubblicano. Secondo la classificazione fatta in seguito dagli studiosi, Mommsen in testa, si trattava di una magistratura straordinaria, dotata di alcune peculiarità che la distinguevano nettamente dalle tutte le altre, definite invece ordinarie.

Le sue caratteristiche principali erano tre: la temporaneità, la pienezza dei poteri e la procedura di designazione del dittatore. Il ricorso alla dittatura avveniva solo in frangenti di crisi per la repubblica, come i casi di guerra o di grave crisi politica interna. Il dictator veniva scelto e nominato dai consoli, con l’implicito assenso del Senato, tra personaggi di chiara fama, di solito ex consoli che si erano distinti per le loro capacità politiche o militari. Una volta scelta la persona adatta a ricoprire il ruolo, questa veniva nominata con una cerimonia dai caratteri quasi religiosi; al dittatore venivano inoltre conferiti ventiquattro littori, simboli del potere supremo....”.

E torniamo infine al nocciolo: in che modo introdurre un meccanismo salvifico come la dittatura a termine, nella società italiana attuale, se lo stesso concetto di questa riforma cozza contro la Costituzione e contro il sentire comune che a quella si correla, se viene respinto come un ossimoro? Attraverso una paziente elaborazione culturale. E' quello che anche noi già ora stiamo facendo, con questo scritto. E' quello che la società attuale sta faticosamente, ed ancora inconsapevolmente, cercando adesso di generare, e domani di partorire: un pensiero politico nuovo, affrancato dalla imprescindibile categoria della “democrazia”.
(Continua)

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Messaggio  Davide Selis Lun Set 12, 2016 11:22 pm

Come si è rimarcato più volte, questo forum non è più tale, non essendo più una sede di dibattito ma un ambito di marca soltanto soggettiva: in questa connotazione supera perfino la maggior parte dei blog. In un blog infatti i lettori di solito intervengono con i loro commenti, ed impegnano l'autore in un confronto, cosa che qui di fatto non avviene [per fortuna!] anche se i canali permangono aperti per la possibilità del dialogo e del contraddittorio.

Questa chiusura in noi stessi è però solo parziale e solo apparente, perché vi sono alcuni amici dotati di spiccato senso critico che ci seguono con passione e ci esternano in privato i loro commenti e le loro osservazioni su quanto scriviamo. Ma la principale garanzia di criticità e di non-soggettivismo per il presente tema, come per tutti gli altri che in “VIVA I BIDELLI” vengono sviluppati, è data dalla personalità stessa dell'autore di queste note. Chi scrive in queste pagine telematiche infatti ha acquisito nella adolescenza, e mai ha abbandonato, una particolare tendenza quasi ossessiva a ricercare, per ogni frammento del proprio pensiero, ogni possibile antitesi, e ad arrovellarsi a lungo nel confrontare ogni termine concettuale con il suo contrario, anzi con i suoi contrari, e con i suoi possibili correttivi. Non sarebbe serio dedicare una pubblicazione al culto del relativo, come qui si è fatto, senza vivere il dramma del relativo nella propria esistenza, da sempre.

Scusatemi se adesso mi esprimo in prima persona, come faccio in particolari momenti: sarò io stesso il principale avversario di Davide Selis, come già è successo tante volte, ed esporrò quegli argomenti ostativi al discorso fin qui condotto, che mi hanno dato un po' di tensione quando li ho intuiti e messi a fuoco (come succede ad un giocatore di scacchi quando esamina tutte le possibili contromosse del suo avversario, per pararne i colpi).

In un altro topic di questo “forum” si è richiamata una canzone degli ultimi anni '70: “Cuba” di Eugenio Finardi. Quel testo rappresenta con efficacia il dubbio che in quell'epoca vissero coloro che in precedenza avevano incarnato l'idealità rivoluzionaria sessantottina, l'ideologia marxista-leninista applicata alla realtà italiana. L'autore del testo, dopo aver ammesso il dubbio che covava in lui e nella sua gente, di aver sbagliato tutto, rassicurava che la fede politica professata negli anni della contestazione non era stata “una utopia”, e che il “crollo del mondo” addosso alle speranze di quegli anni, era solo una apparenza momentanea, era solo “un gioco dell'economia”.
https://www.youtube.com/watch?v=ab9_5G8fowE

Mutatis mutandis:  e se oggi come allora, la caduta dell'ideale politico professato (nel nostro caso, soltanto e modestamente la “democrazia”, perché le idealità più robuste che un tempo animavano l'impegno politico, il “pensiero forte” e le forti speranze di allora, sono DAVVERO tramontati, alla faccia di Eugenio Finardi) fosse solo “un gioco dell'economia” ovvero la sovrastruttura, cognitiva e di sentimento, di una crisi economica, di una involuzione produttiva, di una recessione? Se, tramontato l'ideale comunista, almeno quello democratico fosse destinato a salvarsi e rigenerarsi, e  stesse subendo soltanto una momentanea eclissi per poi tornare a splendere, più lucente di prima perché culturalmente vincitore?

Se le cose stessero solamente così, perderei ogni ambizione di portare molta acqua al mulino della Verità. Quell'acqua che il valoroso Gaetano Mosca aveva portato tanti anni fa, pur rimanendo ignoto alle masse, con la critica teoretica al concetto di democrazia, affogando e disgregando questo concetto, questo falso assoluto, con l'immersione nel fiume, nei canali e nei rigagnoli del Suo illuminante pensiero... quell'acqua che pure scorse invano, per la concezione e per il sentimento comune... quell'acqua "veritiera", sarebbe da me aumentata di un solo bicchiere, al massimo di due. Avrei un minuscolo merito teoretico, nella filosofia politica, nella storia del pensiero, laddove Mosca è stato un gigante. Nel migliore dei casi, sarei citato a caratteri piccoli da qualche estensore di manuali generoso o bendisposto.

Ma la mia ambizione, la mia speranza era un'altra, molto più pratica. Era la speranza di suonare lo svegliarino ad una collettività che dorme e nel sonno vive un incubo, si agita nella ricerca di far quadrare i conti laddove non è possibile. Speravo e spero ancora di accelerare i tempi di un lutto e di un funerale, a livello di mentalità condivisa, perché la massa dei cittadini pensanti sia libera di partorire tutti insieme una nuova ideologia, adatta ai tempi attuali.

E qui sarà la storia a dirci come stanno le cose nel momento presente: se la democrazia, che non è mai esistita ma è sempre stata solo una illusione e una mistificazione, debba tornare  ad essere la stella polare dell'umanità che pensa, progetta e si muove politicamente, o se questa “stella” debba tramontare ed essere sostituita.

La mia intuizione non mi lascia alcun dubbio nel merito di questo dilemma, un dilemma che considero possibile soltanto come astrazione: in un mondo che sta esaurendo le risorse fin qui impiegate per la sopravvivenza e lo sviluppo del genere umano, la democrazia è un lusso (se mai fosse possibile). Occorrerà nel prossimo futuro un leader energico, ed una forza di élite compatta e forse perfino violenta, che imponga scelte drastiche. Ve lo immaginate, mentre una nave affonda, un gruppo di “democratici” che metta in discussione i tentativi di salvataggio del comandante e dell'equipaggio, che li indebolisca con critiche che seminino dubbi nella ciurma o nei passeggeri, o che li ritardi per il semplice gusto del contraddittorio? Fighetti “democratici”, svegliatevi: il mondo ed il genere umano stanno andando a schifìo. Svegliatevi e fatevi da parte.
(Continua)            

Davide Selis

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RIFLESSIONI SULLA DEMOCRAZIA E SULLA SUA FINE - Pagina 2 Empty Re: RIFLESSIONI SULLA DEMOCRAZIA E SULLA SUA FINE

Messaggio  Davide Selis Sab Dic 03, 2016 12:21 am

Continua:
il secondo motivo di perplessità, e di imbarazzo a prima vista, che ho dovuto affrontare per  prevenire le critiche al mio pensiero, è più tosto ed insidioso, rispetto a quello che più sopra ho trattato (laddove ho trasposto un antico dubbio di Eugenio Finardi ai tempi nostri). Procediamo ancora una volta in ordine temporale: da alcuni decenni gli uomini della strada appassionati alla politica, come il sottoscritto, hanno cominciato a mangiare la foglia. Dai tempi della loggia P2, quelli come me hanno cominciato a capire quanto segue: NON È INTERNO ALLA POLITICA, IL VERO MOTORE DELLE SCELTE POLITICHE; ma è qualcosa che sta a monte della stessa politica, una forza che muove i politici, i quali poi muovono noi, che siamo semplici pedine sullo scacchiere in cui si gioca la partita del cambiamento epocale. E' da alcuni decenni che noi poveri diavoli appassionati alla cosa pubblica, abbiamo capito che dietro le quinte ci sono gruppi di potere nascosti, tutti protesi alla presa di un potere sempre maggiore; gruppi di potere o società segrete che tramano nell'ombra: essi decidono se convenga o meno per i loro disegni, iscriversi al vecchio PSI o alla vecchia Democrazia Cristiana, e quindi a Forza Italia o al PD, e quanti e quali debbano andare in questo o in quel partito, e come conquistarvi posizioni preminenti per condizionarne le scelte. Oppure, queste associazioni nascoste decidono ed attuano i modi per ricattare i capi politici. Alla faccia della purezza ideologica, ieri; della purezza ideale o di programma, oggi. L'uomo della strada come me ha nozioni molto vaghe circa queste entità nascoste che muovono i fili dalla politica. Si sono fatti nel tempo diversi nomi: la CIA, COSA NOSTRA, la MASSONERIA, il VATICANO, l'OPUS DEI, la COMPAGNIA  DELLE OPERE (COMUNONE E LIBERAZIONE)... per finire ai tempi attuali, in cui la forza del male viene identificata con la COMMISSIONE TRILATERALE e con il gruppo BILDERBERG.
Per intuizione, io ritengo che la forza nascosta che muove i fili della politica non sia una sola: credere questo sarebbe una elaborazione paranoica dei nostri lutti (uso quest'ultimo termine nel senso letterale, perché nella storia d'Italia recente si sono compiute delle stragi, nonché  assassinati dei galantuomini). Trovo persuasiva l'ipotesi o tesi di Giulietto Chiesa, circa l'esistenza di un “ponte di comando” (si veda “La guerra infinita”), ovvero di una oligarchia internazionale, prevalentemente ma non esclusivamente statunitense, tutta protesa al mantenimento di condizioni di benessere materiale per una minoranza privilegiata di persone. Un benessere che, per il venir meno delle risorse planetarie che lo hanno fin qui garantito e nutrito per molti, presto non sarà più a disposizione di quei molti (ovvero delle masse popolari che ne hanno finora goduto). Il “ponte di comando” sarebbe una convergenza (lo dico io, non Chiesa) dei gruppi di potere che tramano di nascosto. Ma oggi, si diceva più sopra, si parla quasi esclusivamente di COMMISSIONE TRILATERALE e di gruppo BILDERBERG. Se ne parla molto da pochi anni, da quando Mario Draghi scrisse quella famosa lettera al capo del governo (Berlusconi) ( https://vivaibidelli.forumattivo.com/t511-quella-terribile-lettera-della-banca-centrale-europea-datata-5-agosto-2011 ). Da allora Draghi è visto, non dalle grandi masse, ma nell'immaginario di schiere assai più piccole, definite “complottisti”, come un agente al servizio della cospirazione internazionale che vuole riformare la nostra costituzione per ridurre la democrazia, rendere il potere legislativo più “sbrigativo” e prono  ai  mercati e alla finanza, liberalizzare i servizi nevralgici  che sono ancora pubblici o non improntati a concorrenza, rendere più lontano l'accesso alla pensione per tutti i lavoratori, ridurre gli stipendi per i pubblici dipendenti, favorire i licenziamenti nei settori produttivi. E' noto che Draghi partecipa alle riunioni annuali, tenute rigorosamente a porte chiuse, del gruppo Bilderberg. Ma facciamo un apparente volo pindarico, all'indietro nel tempo. Recentemente è stato diffuso in facebook un estratto del “piano di rinascita democratica” sequestrato a Licio Gelli nel 1985 ( https://www.facebook.com/michelelabriola5s/photos/a.896632683765846.1073741828.896326560463125/1175841702511608/?type=3&theater ) . Una semplice lettura a prima vista dei due documenti che ho appena richiamato, ne coglie le impressionanti coincidenze, concordanze e convergenze; è questo un indizio che corrobora la tesi di una identità o convergenza   di programma, delle entità nascoste che sono impegnate a muovere i fili della politica.
E adesso, un apparente volo pindarico in avanti, fino ai giorni nostri. Mentre scrivo, siamo alla vigilia del referendum sulla riforma costituzionale italiana, fortissimamente voluta dal governo Renzi. Molti si sono chiesti perché in tempi così drammatici per l'Italia, con il lavoro che manca e  lo stato sociale che sta andando a puttane, il capo del governo si batta alla morte per una riforma costituzionale. L'unica risposta attendibile a questo impressionante quesito l'ha data Raniero La Valle, e si è diffusa ancora una volta tramite facebook, canale tanto prezioso quanto frivolo (per quella eterna ambiguità e polivalenza delle cose umane, che è il nostro filo conduttore più fondamentale): https://www.facebook.com/ranierolavalle/posts/10202121565278020. Anche Renzi dunque sarebbe allineato e complice, o succube, di quei poteri che vogliono una Italia asservita ai potentati e alla finanza internazionale. E' noto che noi “bidelli” ci siamo schierati per il NO al referendum. Pare un paradosso: noi, con i paladini della Democrazia, come Marco Travaglio, che sta conducendo una lotta atletica quanto meritoria (il miglior Travaglio, decisamente, sempre coerente con le sue proposizioni citate all'inizio di questo topic) perché la riforma renziana venga bocciata dal popolo. Noi, proprio noi, ci siamo messi con gli ultimi, strenui, disperati difensori della democrazia. Noi, ai quali non dispiacerebbe affatto che tutti i poteri si unificassero per un certo arco di tempo, sotto la guida di una dittatura illuminata, per la salvezza del genere umano e del pianeta che lo ospita. Noi con i sognatori, noi con gli idioti. Perché? A carte scoperte, come sempre: la riforma renziana, un prossimo domani forse saremo noi a volerla, ed anzi a volerne un'altra ancora più spinta. Oggi, no. Oggi, è uno strumento utilizzato da forze mostruose, dai nostri nemici, non per la salvezza dell'umanità, ma per la salvezza dei privilegi dei potenti-egoisti. Oggi è un canale per l'umiliazione e l'impoverimento, la agonia e la morte dei poveri, dei deboli, della nostra gente, di coloro che noi amiamo, e che noi stessi siamo. Se esistesse, e fosse cresciuta una forza “buona”, “sana”, di potere occulto, come ipotizzava qualche anno fa il blogger Franz ( https://franzblog2.wordpress.com/2012/09/07/unonda-anomala/ ), se fosse cresciuta al punto da prendere il sopravvento sulle componenti negative del potere occulto, e fosse protesa  totalmente al rispetto dell'ambiente e alla salvezza del genere umano, noi non potremmo che assecondarla e promuovere una riforma ancora più “antidemocratica” di quella renziana, oggi voluta dai poteri forti europei e mondiali. Ma questa “massoneria buona”, se esiste, ancora non ha preso il sopravvento. La riforma renziana dunque diventerebbe oggi il canale per torbidi e perfidi interventi contro di noi e contro quelli che amiamo. Quindi, chiudiamo subito quel canale, alleandoci con Travaglio e con molti altri brillanti imbecilli.
Ma un punto mi preme chiarire: alle regole del gioco “democratico” sancite dalla nostra bella Costituzione, che è una meravigliosa poesia, io sono affezionato. Se fosse già presente sulla scena, o meglio “dietro la scena”, quella massoneria buona o salvifica di cui dicevo, non compirei il crimine di ostacolarla. Accetterei dunque una riforma costituzionale antidemocratica, per salvare l'uomo ed il pianeta. Ma la mia preferenza assoluta sarebbe mantenere la Costituzione attuale, che è tanto garantista per la povera gente e la sua dignità, integrandola con la “dittatura a termine”, una magistratura straordinaria conforme all'insegnamento degli antichi romani, nostri saggi antenati. Una “dittatura a termine” per tempi brevi, o comunque rigorosamente programmati: con la libertà non si scherza.
E' terribile l'equivoco dei tempi nostri attuali: nelle scelte da farsi “qui-ed-ora”, la democrazia si presenta associata ad ideali che noi stessi incarniamo, come la libertà, la socialità, la difesa dei poveri e dello stato sociale, un certo socialismo... Ma se fosse già presente come antagonista dei potentati oligarchici mondiali, quella “massoneria buona” di cui dicevo, e fosse già molto potente, tanto potente da poter prendere il sopravvento sui nemici finanziari-capitalistici-egoistici-distruttivi, mi piacerebbe che nella partita a scacchi ideale, questa forza facesse una mossa audacissima: “OK, NO ALLA DEMOCRAZIA, SI ALLA COSTITUZIONE NUOVA”. Mi piacerebbe che lo scontro con i potentati globalistici fosse improntato ad altri valori, come la socialità e la qualità della vita del popolo, e non alla democrazia, che non potrà essere difesa all'infinito: è già in irreversibile agonia. Con buona pace di Travaglio, e degli arroganti fighetti del dissenso, brillanti e miopi come lui.

Davide Selis

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