VIVERE BENE LA MORTE

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Messaggio  Admin il Mer Set 30, 2009 10:00 pm

Dedicai un lungo post nel novembre 2006, in un vecchio forum, al'arduo tema di come affrontare la morte Ritengo importante riproporre questo drammatico motivo, oggi che dispongo di uno spazio telematico tutto mio.
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DavideSelis




Nov 5, 06 - 6:06 PM
VIVERE BENE LA MORTE

Caro Vito,
ho trovato in cantina anche una vecchia cassetta, contenente la registrazione di un dibattito intitolato "Il diritto di vivere bene la morte", tenutosi a Bologna, presso il Centro S.Domenico, il 7-3-95. Fra gli interventi registrati, quello del prof. Francesco Campione ("Mister Morte") riguarda anche il rapporto comunicativo tra il medico ed il malato terminale. Ho pensato che potesse servire alla tua ricerca e l'ho trascritto fedelmente, pazientemente (il prof. Campione ha un eloquio velocissimo, e dovevo stoppare di continuo). Strada facendo mi sono reso conto che il regalo lo facevo a me stesso, che ora dispongo di un documento meraviglioso anche su supporto telematico e cartaceo, e pure ai frequentatori di questo forum.
Ma bando alle ciance, ecco il documento:










Buonasera. Dunque, io credo che il compito che mi spetta forse come psicologo, stasera, è di riempire un pochino di contenuti soggettivi, cioè derivanti dall’esperienza e dal sentire delle persone, delle persone concrete, il tema che ci è stato dato…………………………………..
………………………………………………………………………………………………...


Per assolvere questo compito, cioè il compito di riempire di contenuti, diciamo esistenziali, di contenuti derivanti dall’esperienza, come è appunto il compito dello psicologo, il tema di questa sera, mi riferirò a tre esperienze fondamentali.


La prima naturalmente è quella di coordinatore del Servizio di Psicologia della Associazione Nazionale Tumori, della ANT, che è la mia attività principale, direi, oggigiorno, la seconda deriva dal mio ruolo universitario (io sono psicologo medico) e dalle riflessioni che sono relative a una rivista che io ho l’onore e l’onere di dirigere, che è la rivista “Zeta”, di tanatologia, la rivista italiana di tanatologia. Il terzo punto di riferimento è il servizio di aiuto psicologico alle persone in lutto che noi abbiamo presso il nostro Dipartimento di Psicologia.


Quindi io farò riferimento a queste tre grandi esperienze, ovviamente fondamentalmente all’esperienza di aiuto psicologico alle persone malate che noi cerchiamo con tutta la nostra forza di svolgere, nell’ambito ANT.
Ma diamo qualche dato che deriva dalla ricerca, dalla ricerca scientifica.


Quando si chiede nel nostro paese alle persone sane come vorrebbero morire, si ottengono fondamentalmente 3 tipi di risposte:
- La maggior parte degli intervistati di tutte le età rispondono oggi che preferirebbero morire nel sonno, senza accorgersene, cioè in modo istantaneo e indolore.
- Una consistente minoranza mostra di non accettare quasi la domanda, si irrita con chi la pone, non ne riconosce la legittimità, in sostanza questi soggetti tendono rispondere che non vorrebbero proprio morire.
- La minor parte degli intervistati infine rispondono che vorrebbero morire avendo il tempo di determinare il come della propria morte, per tentare di dare ad essa un senso valido anche per coloro che restano.


Sono direi fondamentalmente 3 grandi tipi, che con un piccolo schematismo noi possiamo indicare. Da questi dati possiamo trarre alcune informazioni su cosa può significare concretamente VIVERE BENE LA MORTE, che è il nostro tema. Ci sono 3 modi di intendere la buona morte, vivere bene la morte.


Per chi vorrebbe morire in modo istantaneo e indolore, la buona morte è la morte senza sofferenze.
Per chi non vorrebbe mai morire, la buona morte è la morte vissuta con la speranza di non morire (nei vari modi del non morire, che vanno dall’essere miracolosamente salvati, al passare, attraverso la morte, da una vita ad un’altra vita, fino alla negazione o alla rimozione della morte dalla coscienza).
Per chi vuole infine determinare il modo della sua morte, la buona morte è la morte fornita di senso.


Quindi fondamentalmente 3 modi di concepire la buona morte: la buona morte è la morte senza sofferenza, la buona morte è la morte con la speranza di non morire, la buona morte è la morte che ha un senso.


Una prima considerazione che possiamo fare a questo punto, è allora la seguente: vivere bene la morte non significa per tutti la stessa cosa e non possiamo quindi accettare da un punto di vista psicologico, nessuna generalizzazione.


Non possiamo innanzitutto accettare la generalizzazione, che la cultura occidentale vorrebbe far trionfare, secondo la quale la morte non ha senso per l’individuo, ma ha senso solo per la specie, e quando non c’è più speranza, non resta che ricorrere alla medicina palliativa in modo da rendere la morte un passaggio biologico il più possibile indolore. Questo è vero, ma è vero solo per quella maggioranza di persone per cui morire bene vuol dire morire senza sofferenza.


Non possiamo accettare questa generalizzazione perché dovremmo pensare che sia sempre possibile morire senza dolore e sacrificheremmo sia coloro che hanno bisogno di sperare sempre di vivere
(SEGUE)


Ultima modifica di Admin il Sab Feb 06, 2010 1:13 am, modificato 1 volta

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Re: VIVERE BENE LA MORTE

Messaggio  Admin il Mer Set 30, 2009 10:08 pm

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. Non possiamo accettare questa generalizzazione perché dovremmo pensare che sia sempre possibile morire senza dolore e sacrificheremmo sia coloro che hanno bisogno di sperare sempre di vivere, sia coloro che ritengono possibile dare un senso alla morte.


Se ci riferiamo ora all’assistenza psicologica dei malati gravi e dei morenti, troviamo una conferma di queste prime conclusioni. Cioè, noi incontriamo persone che nel morire si preoccupano di vivere bene nel senso di soffrire il meno possibile, c’è chi nel morire tenta di tenere aperte le speranze di sopravvivenza anche a prezzo di sofferenze apparentemente insopportabili, e chi nel morire si preoccupa più di coloro che restano che di se stesso. Pochissimi, ma ci sono anche questi.


Portate a chiarimento le dimensioni salienti del vivere bene la morte relativamente ai vari modi di essere uomini, dobbiamo chiederci ora, se e a quali condizioni la buona morte che ciascuno desidera può essere considerata un diritto.


Sosterrò quanto segue, sosterrò che ciascuno ha sempre il diritto di scegliersi la buona morte che preferisce purché si assuma le responsabilità delle conseguenze che ne derivano. Sosterrò contemporaneamente che ciascuno ha il dovere, in modo diverso, a seconda della relazione che intrattiene con l’altro, di aiutare colui che assiste ad attuare la buona morte che ha scelto per sé, a meno che non possa fare qualcosa di più per lui. Io ho il diritto di scegliermi la morte che voglio, la buona morte che voglio, purché però ne accetti la responsabilità delle conseguenze. Io ho il dovere di aiutare chiunque a soddisfare il diritto della buona morte che ha scelto, a meno che non possa fare per lui qualcosa di più.


Vediamo più in dettaglio: quando vivere bene la morte significa per lui proprio questo, il morente ha il diritto di chiedere una adeguata sedazione del dolore, che gli assicuri la migliore qualità della vita possibile anche nelle ultime fasi dell’esistenza. Ma se gli analgesici abbassano la sua vigilanza, o gli danno fastidiosi effetti collaterali, egli incontra i limiti della sua impostazione, e deve cercare di assumersene la responsabilità, il che può significare che li accetta come un prezzo da pagare per la sedazione del dolore o che li rifiuta chiedendo una sedazione migliore. Se la medicina gli assicura questa migliore sedazione, tutto va a posto, ma se non è in grado di farlo, ora il morente si trova di fronte a un limite più intrinseco della sua strategia, limite che si incontra nella sua massima espressione in quella percentuale di casi, oscillante tra il 10 e il 15 per cento, in cui a tutt’oggi la medicina non ha mezzi sufficienti per sedare il dolore.


Anche stavolta il morente deve cercare di assumersi la responsabilità di ciò che sta accadendo, e ha sempre solo due alternative: accettare il limite o rifiutarlo. In quest’ultimo caso l’ansia di combattere una sofferenza rifiutata può portare al desiderio di usare la morte come estrema risorsa della analgesia, ed egli può arrivare a dire: aiutatemi a morire, è l’unico modo per smettere di soffrire. Incontriamo così l’eutanasia, la situazione in cui, non potendo più avere la morte come passaggio indolore, si tenta di utilizzare il passaggio della morte per smettere di soffrire. Al suo estremo limite dunque la buona morte come morte senza sofferenza, da morte senza senso per l’individuo, e passaggio biologico indolore che era, acquista un senso paradossale: diventa uno strumento per non soffrire. Il limite cioè della buona morte come morte senza sofferenza è rappresentato proprio dall’incontro con l’eutanasia, cioè quando non potendo più ormai sopportare i dolori, la morte, da passaggio indolore che era, diventa mezzo, può diventare mezzo per non soffrire più.



Quando invece vivere bene il morire significa morire con la speranza di non morire, il morente ha il diritto di essere aiutato ad alimentare la speranza. Ma anche qui ci sono delle conseguenze, due conseguenze fondamentali: le conseguenze di quel mezzo, l’unico mezzo che noi abbiamo per alimentare la speranza, cioè la comunicazione, il modo, quello che diciamo al paziente, il modo di comunicare. I rischi dell’alimentare a tutti i costi la speranza, comunicando al paziente non la verità intera, sono due, fondamentalmente: il rischio di perdere il contatto con la realtà, e il rischio di rendere troppo inautentici i rapporti interpersonali.


Il primo rischio è quello che si corre tutte le volte che per tenere in vita la speranza del morente di non morire, bisogna aiutarlo a negare la realtà del peggioramento della sua condizione, con la conseguenza di determinare una atmosfera esistenziale irreale e illusoria, se non peggio, cioè regressiva o autistica, e ciò naturalmente può determinare un progressivo peggioramento della capacità di autodeterminazione della persona morente,
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Re: VIVERE BENE LA MORTE

Messaggio  Admin il Mer Set 30, 2009 10:18 pm

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di determinare una atmosfera esistenziale irreale e illusoria, se non peggio, cioè regressiva o autistica, e ciò naturalmente può determinare un progressivo peggioramento della capacità di autodeterminazione della persona morente, esponendola al rischio di manipolazioni, e ad una totale dipendenza dagli eventi e dagli altri.Ma il morente potrebbe assumersi la responsabilità, cioè accettare le conseguenze del non volere mangiare il frutto dell’albero della conoscenza e pensare che non sembra ciò sia negativo.


Il secondo rischio, quando noi vogliamo alimentare a tutti i costi la speranza, quando cioè vogliamo far sì che si realizzi il diritto delle persone che vogliono morire con speranza, a tutti i costi, il secondo rischio, è il rischio di rendere falsi e inautentici i rapporti tra il morente e chi lo assiste. Dirò a questo proposito che nell’ esperienza concreta l’alternativa tra l’angoscia, che può derivare da una comunicazione franca che toglie la speranza,e una comunicazione che alimenta la speranza attraverso la sua capacità di sdrammatizzare la situazione, ma che svuota i rapporti interpersonali, appare spesso come una alternativa tragica, cioè non è una vera alternativa.


Anche in questo caso naturalmente si tratterà di vedere se e in che misura il morente, per evitare la angoscia della disperazione, si assume la responsabilità di accettare le rassicurazioni palesemente non realistiche che gli vengono somministrate. Se se ne assume questa responsabilità, con il peggiorare della situazione il morente può ribellarsi alla realtà del peggioramento delle sue condizioni e richiedere interventi sempre più eroici, che se accolti sfociano nell’accanimento terapeutico, il limite vero e proprio di questo modo di concepire la buona morte, caratterizzato dal tenere viva a tutti i costi la speranza di non morire. Quindi se il limite della buona morte intesa come “morte senza sofferenza” è l’eutanasia, il limite della buona morte intesa come “morte sempre con speranza” è l’accanimento terapeutico.



Quando poi, per vivere bene il morire, si ha bisogno di dare un senso alla morte, sorge il diritto di essere aiutati a rendere la morte sensata per chi muore e per chi resta. La rivendicazione di tale diritto si esprime nella concretezza, nell’esperienza, in due modi: cercando di rispondere alla domanda: “perché devo morire?”, e tentando di morire in un modo che lasci coloro che restano nella più favorevole condizione possibile. Si tratta di due modalità spesso intrecciate, dato che appare quasi impossibile dare senso alla morte di un individuo senza andare oltre il suo destino individuale collegandolo con la vita di chi resta e a cui ci si affida perché il senso della vita individuale venga perseguito.


Siamo ora di fronte a quella minoranza di morenti che nel morire sono maggiormente preoccupati di organizzare un modo di morire che renda sensata la loro morte, affidandosi agli altri che restano. Si possono fare molti esempi, anche se sono pochi i casi che si incontrano oggi nella pratica della assistenza ai morenti. Però ci sono, e sono una speranza, la vera grande speranza, a mio modo di vedere.


Un padre o una madre che non si ribellano alla loro propria morte per non lasciare ai loro figli l’eredità pesante di dover vivere con il senso di colpa di chi resta vivo di fronte a chi non voleva morire, un padre che cerca di morire dignitosamente, per insegnare ai figli che *si può* morire, un genitore che si preoccupa di lasciare ai figli tutto a posto, perché non abbiano a soffrire della sua morte, un uomo che cerca di parlare di tutto con la persona che ama nelle ultime fasi della vita per non lasciarla male, cioè perché sia chiaro che la morte non mette in discussione l’amore, che non è arrabbiato con la persona amata perché ella può continuare a vivere mentre lui deve morire, un uomo che viaggia insieme a una persona che ama su un aereo che rischia di precipitare e pensa: “la cosa più importante è riuscire a salutarsi, a dirsi addio, a dirsi un’ultima volta *ti amo!*”.


Come si intuisce, il limite di questo modo di concepire la buona morte non è più né l’eutanasia, né l’accanimento terapeutico, il limite di questo modo di concepire la buona morte, quando cioè si vuole dare senso alla propria morte anche per quelli che restano, il limite è la solitudine.


La solitudine. Infatti lo scacco di chi ha dato un senso alla propria morte e può dire di essere pronto a morire, consiste nell’impossibilità di poterlo dire a qualcuno. A che cosa serve essere pronti a morire, se non si può dire a nessuno? Questo dal punto di vista (non la faccio molto lunga) di chi sfortunatamente, purtroppo, si trova nella fase più difficile della vita, cioè di chi deve morire. Vediamo come stanno le cose dal punto di vista di chi si può trovare ad assolvere il dovere di aiutare chi muore a concretizzare il suo diritto di scegliersi la sua buona morte.
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Re: VIVERE BENE LA MORTE

Messaggio  Admin il Mer Set 30, 2009 10:24 pm

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Vediamo come stanno le cose dal punto di vista di chi si può trovare ad assolvere il dovere di aiutare chi muore a concretizzare il suo diritto di scegliersi la sua buona morte. Questo è molto importante, perché adesso vediamo le cose dall’altra parte.


Il medico o il caro, o la persona cara, che si trovano ad avere il ruolo di aiutare il morente per cui vivere bene la morte vuol dire morire senza dolori, non hanno altro problema che sapere usare i mezzi che la scienza (gli analgesici) e l’umanità (la consolazione) mettono a disposizione. I problemi sorgono quando questa buona morte non è realizzabile e i farmaci e la consolazione non bastano, ed essa incontra il suo limite, che è, l’abbiamo detto, la richiesta di eutanasia. Ora, siamo di fronte non più ad un morente che può attuare la buona morte che ha scelto, ma che sta vivendo la crisi, ne sta vivendo la crisi perché ne ha incontrato il limite.


Di fronte a queste situazioni io credo che il dovere di aiutare a non soffrire incontra anch’esso il suo limite. E bisogna riflettere: mi chiede di morire per non soffrire più, se soffrisse meno non vorrebbe morire più. Ma soffrire meno non si può. Che fare? L’abbiamo già detto: il dovere di aiutare a realizzare un diritto viene messo in discussione solo quando si può fare qualcosa di più per il soggetto del diritto. Cioè io posso dire no a una richiesta di eutanasia se io ho qualcosa di più da dare a questa persona, altrimenti è difficilissimo dire no.


La domanda allora è: “siamo proprio sicuri che di fronte a qualcuno che per non soffrire più ci chiede di essere aiutato a morire prima del tempo possiamo solo aderire alla sua richiesta e niente più? Un medico o un caro che continuino di fronte alla richiesta di eutanasia a sostenere le ragioni della vita pur non avendo argomenti di fatto, cioè altri mezzi per diminuire la sofferenza, siamo proprio certi che restino senza argomenti?


Farò un esempio tratto dalla mia personale esperienza, e un esempio letterario. Primo esempio (la mia personale esperienza): mia madre ormai da anni ha una pessima qualità di vita e non c’è niente da fare per migliorarla. E così dice continuamente che sarebbe meglio morire. Finché vado di fretta non ho altri argomenti che proporle qualche cosa che la faccia stare un po’ meglio. Ma un giorno che non andavo di fretta le ho parlato e con mia grande meraviglia sono riuscito a trovare due, ben due argomenti!, contro l’eutanasia. Sono stato bravo, eh? Ben due!


La prima volta è stato quando le ho chiesto: “Ma scusa, se di là non c’è niente, non è meglio una brutta vita che niente?”. E la seconda volta è stato quando le ho detto: “Sarà vero che per te sarebbe meglio morire che soffrire, ma per noi che siamo i tuoi figli è meglio avere una mamma sofferente che non averla più”. I due argomenti sono gli argomenti classici rispettivamente del medico e della persona cara: vivere è meglio che non vivere e quindi la vita ha un valore in sé di fronte al niente e va difesa e tutelata sempre – il valore della vita dipende dall’amore : vale se vale per qualcuno e non per la sua qualità o per la sua quantità. Come vedete, argomenti molto laici, molto laici.


Secondo esempio: Porfirio e Plotino, Leopardi, “Operette morali”. Porfirio e Plotino sono due amici, uno sostiene che la vita fa schifo e che è meglio suicidarsi, l’altro che la vita vale la pena di viverla. Discutono e il pessimista, come sempre, ha più argomenti dell’ottimista. Ma quando sembra che il suicidio abbia vinto la partita, l’amico ottimista dice press’a poco così: “Hai ragione, la vita è atroce, ma non te ne andare…non lasciare gli amici…resta con noi…”. E l’altro non si suicida più.


Vediamo nel secondo caso, nel caso che uno voglia tutelare il suo diritto di morire con speranza. Il medico e il caro che si trovano ad assolvere il dovere di aiutare il morente a realizzare il suo diritto di morire sperando fino all’ultimo, non hanno problemi finché questo modo di concepire la buona morte non incontra i suoi limiti, che abbiamo detto sono l’irrealtà e l’inautenticità dei rapporti, e soprattutto la ribellione contro la morte.


Anche in questo caso, io credo che prima di seguire il morente nella negazione totale della realtà, nello svuotamento dei rapporti interpersonali e nell’accanimento terapeutico, si debba chiedersi se non si può fare qualcosa di più per lui – anche in questo caso vale lo stesso principio: io non ti vengo dietro a tutelare il tuo diritto, e ne ho il diritto solo se posso fare qualcosa di più. Ho capito che si può fare qualcosa di più quando un paziente mi ha detto: “Ho chiesto al mio medico che mi dicesse tutto, e lui purtroppo me l’ha detto. Sono caduta nella disperazione, *ma non ho perso la speranza*. Badate, è proprio così che mi ha detto: “Sono caduta nella disperazione ma non ho perso la speranza”,
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Re: VIVERE BENE LA MORTE

Messaggio  Admin il Mer Set 30, 2009 10:31 pm

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*ma non ho perso la speranza*. Badate, è proprio così che mi ha detto: “Sono caduta nella disperazione ma non ho perso la speranza”, “Ho capito che se disperazione e speranza possono essere compresenti ci devono essere diversi tipi di speranza.


Ho riflettuto e ricercato e poi mi sono imbattuto nella distinzione che un filosofo, Gabriel Marcel, fa riferendosi ai due termini che il francese ha per dire speranza: *espérance* ed *espoir*”. Era una citazione fatta da uno psichiatra, Bornie, in un libro sulla malinconia: una paziente malinconica diceva la stessa cosa della mia paziente: “Sono disperata, ma spero”. Che significa? Significa che non si può avere più speranze concrete (espoirs) di guarire e di vivere, e perciò ci si dispera, ma contemporaneamente si può sentire che ci si atteggia rispetto a ciò che verrà, in modo positivo e speranzoso (espérance), qualunque cosa verrà, compresa la morte.


Ecco il di più, che si può fare di fronte a un paziente che si ribella alla morte che ormai non può più realisticamente negare, ma che ancora cerca di negare. Invece di proporgli l’accanimento terapeutico, gli si potrebbe proporre una speranza più autentica di quella che si basa sui dati concreti, e che somiglia a una certezza, più che a una speranza. E se poi ci si chiede cosa sia questa sorta di speranza metafisica, si può rispondere con una domanda: potrebbe un medico continuare a fare il medico, senza una speranza più fondamentale di quella sempre precaria che si basa su poter fare qualcosa di concreto per non morire? Quanto durerebbe uno a fare il medico se effettivamente cercasse speranze concrete? E inoltre: potrebbe qualcuno continuare ad amare qualcun altro, se non si aprisse al futuro del rapporto con lui o con lei, disposto ad accogliere quello che verrà, qualunque cosa verrà?


Anche in questo caso, come vedete, c’è un di più, si può fare qualcosa di più, cioè possiamo non venire incontro al bisogno, al diritto del paziente di voler morire sempre con speranza, se abbiamo qualcosa di più, una speranza più autentica, una speranza superiore da dargli.


Terzo caso, e ormai ho finito, il medico e il caro che si trovano ad aiutare chi vuole realizzare il suo diritto di morire dando un senso alla sua morte anche per chi resta, si trovano in una condizione ideale. Infatti, non c’è situazione più “facile” e soddisfacente, starei per dire felice, di quella di assistere una persona che muore, e questa pensa più al senso della sua morte e agli altri che restano, più che ad evitare il dolore o a combattere la morte. Se noi assistiamo una persona così, siamo in una situazione di estrema “facilità”, una situazione quasi felice.


Ma si tratta di un punto d’arrivo, a cui si può essere più o meno vicini, o più o meno lontani, per circostanze di fatto o per maturità personale. Ad esempio una persona che di fronte al suo morire spera nel modo metafisico che abbiamo indicato può esserci vicina ma può non essere ancora riuscita a dare un senso alla sua morte, perché è profondamente sola o perché proprio nel morire tutti la hanno lasciata sola. Di fronte a questo limite chi assiste può cercare, può trovare nuovi modi per aiutare il morente a dare un senso alla sua morte, oppure quando ciò non è possibile, chiedersi se non sia possibile, anche in questo caso, fare qualcosa di più.


E che cos’è questo qualcosa di più? Un esempio della ricerca di modalità nuove per dare senso al morire quando il morente è solo, è ciò che cerca di fare Elisabeth Kubbler Ross (??), tutti conoscono, è una psichiatra svizzera che ha lavorato in America, che è una pioniera nel campo dell’assistenza ai morenti. Che cosa cerca di fare Kubbler Ross? Accogliere incondizionatamente il morente facendogli sentire che gli si vuole bene e basta – e al tempo stesso, in questa atmosfera emotiva, comunicargli la buona novella, che ci reincontreremo in un’altra vita. Questo è un di più che si può fare per chi vorrebbe trovare un senso alla sua morte e non lo trova.


Quando neanche la risorsa dell’amore incondizionato, che media la promessa della vita eterna, basta, ed oggi purtroppo basta sempre meno, bisogna chiedersi se non sia possibile fare ancora di più. E’ ciò che raramente si realizza quando di fronte al morente che contempla l’insufficienza della sua speranza di senso, non potendo, nella sua invincibile solitudine, affidare la sua vita a nessuno, un incontro fatto di profonda compassione umana fa apparire un nuovo amore. L’amore disinteressato, valido in sé e per sé, di chi nel parlare con un altro va oltre il tempo del dolore della morte e vive in un attimo tutto l’amore della vita.


E’ quello che accade quando due persone si incontrano, veramente, anche se non si conoscevano prima, e vanno OLTRE se stesse e determinano una realtà nuova: ora l’oltre non è un oltre temporale, ma un altrove senza tempo, la dimensione dell’armonia tra due
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Re: VIVERE BENE LA MORTE

Messaggio  Admin il Mer Set 30, 2009 10:35 pm

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E’ quello che accade quando due persone si incontrano, veramente, anche se non si conoscevano prima, e vanno OLTRE se stesse e determinano una realtà nuova: ora l’oltre non è un oltre temporale, ma un altrove senza tempo, la dimensione dell’armonia tra due esseri che riescono a dire l’ineffabile.


Sono le rare situazioni in cui tutto il dolore, tutta la solitudine di un essere umano che benché speri in modo autentico, non riesce a dare un senso alla sua morte, si sciolgono nell’intesa di uno sguardo, di una parola, di un gesto che aprono dimensioni indicibili e infinite. Ecco il di più che può accadere di fronte alla crisi in cui la solitudine getta la ricerca di senso del morire. Quindi c’è un di più che si può opporre all’eutanasia, un di più che si può opporre all’accanimento terapeutico, un di più che si può opporre alla solitudine.


In conclusione, e veramente ho finito, ho cercato di mostrare che il diritto di vivere bene il morire ha tre dimensioni: morire senza dolore, morire sperando, morire dando un senso alla morte. Dimensioni che implicano un dovere assoluto da parte di chi assiste, finché una crisi non induca a cercare un di più: la crisi dell’eutanasia induce ad affermare il valore della vita di fronte al niente e in relazione all’amore degli altri.


Cosa sarebbe la vita se di fronte al dolore non ha più valore, se anche quando gli altri continuano ad amarti non ha più valore? Questo è il di più che si può opporre alla crisi di eutanasia.


La crisi dell’accanimento terapeutico induce ad affermare la speranza oltre i fatti e come orizzonte dell’amore: cosa sarebbe l’amore se la cessazione delle speranze, delle speranze concrete, lo annientasse?


La crisi della solitudine del morire induce ad affermare, da una parte il valore dell’amore incondizionato come fondamento della fede che consola nella morte, e dall’altra il valore dell’amore disinteressato come porta che è in grado di aprire all’infinito perfino il muro della morte. Grazie…


(n.d.r.: le ultime parole sono espresse con un sussurro – termina qui il primo intervento del prof. Campione – crosciano gli applausi).

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Re: VIVERE BENE LA MORTE

Messaggio  Bianca il Sab Ott 10, 2009 6:44 pm

Uhhh Davide! ogni volta che vedo questo "topo", mi viene da fare gli scongiuri affraid .

Bianca

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Re: VIVERE BENE LA MORTE

Messaggio  Bianca il Sab Ott 10, 2009 8:15 pm

E così anche stolto è chi afferma di temere la morte non perché gli arrecherà dolore sopravvenendo, ma perché arreca dolore il fatto di sapere che verrà: ciò che non fa soffrire quando sopravviene, è vano che ci addolori nell’attesa. Il più terribile dei mali dunque, la morte, non è niente per noi, dal momento che, quando noi ci siamo, la morte non c’è, e quando essa sopravviene noi non siamo più. Essa non ha alcun significato né per i viventi né per i morti, perché per gli uni non è niente, e, quanto agli altri, essi non sono più . Ma il volgo ora fugge la morte come il più grande dei mali, ora invece ·la cerca come cessazione dei mali della vita. Il saggio, al contrario, non chiede di vivere né teme il non vivere: non è contrario alla vita, ma neanche ritiene che la morte sia un male.

Diogene Laerzio, Vitae philosophorum X, 124-6, in Epicuro. Opere, a cura di Margherita Isinardi Parente, Torino, Utet, 1983, p. 189.

personalmente però all'atto pratico ho qualche dubbio che la precettistica epicurea funzioni.... study.

Bianca

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AD AFRAGOLA, MORIRE ABBRACCIATI

Messaggio  Admin il Sab Lug 31, 2010 12:58 pm



[size=18]E' stata di certo una morte che si doveva evitare. Fa orrore e rabbia. E' stata certamente una "mala morte", che nessuno augura a se stesso nè ai suoi cari come conclusione del cammino terreno, indipendentemente dalla giovane età dei due sposi deceduti.

Ma al tempo stesso, l'abbraccio ultimo e protettivo di Lei, benché incinta, al suo lui, è un regalo per noi che viviamo ancora. Ci ricorda che è possibile anche a gente comune, la morte più nobile, più altamente umana.

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