UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

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UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Ven Ago 03, 2018 11:02 pm

La vicenda umana che sto per narrarvi fa parte di un racconto, le cui prime due puntate furono pubblicate nel periodico “Leggo Tenerife”: https://www.leggotenerife.com/24927/un-eroe-puerto-de-la-cruz/  e  https: http://www.leggotenerife.com/25548/un-eroe-puerto-de-la-cruz-seconda-parte/  Qui a seguire, la terza parte:
“Facciamo un passo indietro: prima che lo conoscessi di persona ero stato informato che non sapeva neanche una parola di lingua spagnola, e ciononostante si era avventurato a venire a Tenerife da solo. Quando prendemmo a frequentarci, mi disse che lui a Puerto de la Cruz parlava con tutti in italiano, perché non conosceva altre lingue: da giovane era stato assai bello, tutto dedito ad avventure con le donne, e non gli piaceva studiare; da anziano la voglia di farlo gli era ulteriormente calata, diminuendo le forze. Io rimasi allibito, e soffocai la mia indignazione perché avevo preso a volergli bene, e non volevo dunque indebolirlo, facendolo vergognare di essere venuto all'estero in queste condizioni. Ma dovetti lottare contro me stesso e contro la mia carica di passionalità, per amor suo. Infatti è autentico in me il disprezzo per il comportamento di chi pretende d'essere capito nella propria lingua, in casa d'altri: quando prestavo servizio nelle sale di una importante pinacoteca, condividevo l'irritazione di una mia collega, che pure era laureata in lingue
e molto esperta nell'inglese parlato, la quale si indignava se i visitatori stranieri la approcciavano con un “good morning”. Perché eravamo in Italia, e devi sempre rispettare chi ti sta ospitando, ovvero tentare di esprimerti nel suo idioma... Io prima di venire a Tenerife mi ero sottoposto ad un faticoso apprendimento dello spagnolo, che mi era costato soldi ed energie nervose: poche imprese sono mentalmente faticose come imparare una lingua straniera ad una certa età. Nei social network avevo spesso polemizzato aspramente con quelli che non si preparano prima di trasferirsi all'estero, giudicandoli cafoni; una volta giunto a Tenerife, non avevo mai nascosto il mio fastidio per quanti si rivolgono in italiano al povero interlocutore canario, nei bar e nei negozi; e per quelli che per strada chiedono informazioni usando la propria lingua: se scomodi uno sconosciuto, io mi dicevo, non hai il diritto di disturbarlo due volte: prima per farti insegnare qualcosa, e poi per farti capire in una lingua diversa dalla sua. Quando vidi in azione il Boe che interloquiva con gli indigeni, per strada e nei negozi, la mia rabbia aumentò, tingendosi anche di invidia. Questo, lo spettacolo che mi si offriva: il Boe fa una domanda ad un canario, esprimendosi tranquillamente in italiano. Il canario non risponde e mostra di non aver capito, con aria giustamente seccata. Io, timido ed insicuro come sono, comincerei a stare male, al posto del mio amico. Questi invece, imperterrito e con una incredibile faccia da cacchio, ripete la stessa frase in italiano. L'interlocutore appare confuso, ed ancor più infastidito. Io a questo punto comincerei a desiderare soltanto un gabinetto per un accesso di colite, e cercherei di svicolare. Che fa invece il Boe? Triplica la “faccia da Kazzo”, condita con un sorriso ineffabile, e ripete di nuovo la stessa frase in italiano. Ed a quel punto l'interlocutore cede e gli risponde, facendosi pure capire. Sconosciuti passanti offrono caramelle, pasticcini, cioccolatini al Boe. L'asfalto della strada si piega, la pianura diventa discesa, o la salita si fa meno ripida.... Potenza della sicurezza o sicumera di questo individuo e del suo ineffabile sorriso (un sorriso vincente, un sorriso “metafisico” su cui torneremo: un sorriso che piega la realtà, finanche quella materiale). Una sola cilecca fece il Boe nel suo approccio dialogico alla popolazione di Tenerife, e me la raccontò lui stesso, perché non ero stato presente. V'è da riferire che fin dal secondo giorno della sua permanenza al Puerto, aveva cominciato a cercare un coro nel quale cantare, dato che in Italia era stato un valoroso baritono nel coro degli Alpini (per inciso: io al suo posto avrei vissuto totalmente sulla difensiva, trovandomi in terra straniera da solo e senza conoscere la lingua del luogo e nemmeno l'inglese: in qualunque momento infatti avrei potuto finire in situazioni ingestibili. A tutto avrei pensato fuorché ad esibirmi nel canto, e in una lingua che non parlavo nemmeno. Ma delle due, l'una: o è fuori di testa lui o lo sono io, questo pensai allora). Volendo trovare un coro, il Boe non sa da che parte iniziare le sue ricerche. Non ha ancora l'uso del computer, come si era detto nella prima puntata. Il nostro sceglie dunque di recarsi nella chiesa più grande del Puerto, la basilica di Santa Maria de la Peina de Francia. Davanti all'altare trova due sacerdoti anziani, che non rispondono nemmeno alle sue domande formulate in italiano, e “non lo cagano” minimamente. “Quei due stronzi!” dirà a me l'amico William. Io che vado a Messa in quella Chiesa ed ho sentito diverse omelie di entrambi quei preti, so che non sono affatto due stronzi. Ma prova a far capire ad un soggettivista come il Boe, incapace di vedersi con gli occhi di un altro, prova a fargli capire che cosa devono aver pensato quei due poveri preti nel vedere un tizio che entra in chiesa senza farsi il segno della Croce, punta i sacerdoti, parla loro in italiano e chiede dove può trovare un coro per esibirsi. Lo avranno giudicato un pazzo, come capita pure a me quando non sono sotto l'effetto ipnotico del suo sorriso...
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Gio Ago 23, 2018 11:52 pm

UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ (PARTE QUARTA)

… Il Boe è un tipo assai tosto, e non la prende persa finché ha una possibilità di ritentare. Insistendo nelle sue ricerche, alla fine trova un coro, come voleva. Un importante coro amatoriale che tiene esibizioni liriche in grandi teatri. Quando si presenta al gruppo la prima volta, parlando in italiano come sempre e con la tranquillità di sempre, suscita nei suoi futuri colleghi cantanti, antipatia e fastidio. Ma piace al maestro, poiché il suo sguardo inquadra lui, ed il suo travolgente sorriso è a lui dedicato. L'autorevole maestro diventa subito un estimatore di William, e lo valorizzerà nelle attività canore; quanto alle coriste... van quasi giù di testa per il nostro. Egli ne coltiverà due in particolare, belle signorine trentenni distinte e colte. Parla loro in italiano e quelle sforzandosi da morire lo comprendono in qualche modo, e non percepiscono nemmeno il proprio disagio: sono ammaliate dal fascino del personaggio. Una certa sera l'eroe avrà un problema di salute, e le due signorine lo sosterranno di peso, portandolo al pronto soccorso in automobile e vegliandolo per tutta la notte. Una volta guarito, William offrirà loro una pizza al ristorante-pizzeria “Don Tano” (ex Amanusa). Quella sera Don Tano non sarà nella forma migliore (se Don Tano è in forma, fa una pizza stratosferica) e la pizza sarà appena “buona”. Ma ci penserà il Boe a fare una figura eccezionale, con il suo eloquio in italiano spudorato, i suoi ammiccamenti e soprattutto il suo sorriso magnetico. A quel punto le due raffinate cantanti liriche sono entrambe ai piedi di William, e ad un passo dall'essere possedute. Ma per la prima volta in vita sua, il Boe non vuole affondare i colpi. Come Annibale giunse fin sotto le mura di Roma e non osò sferrare l'attacco decisivo e prendersi la città eterna, così William non tentò di portarsi a letto quelle due belle coriste. A me confidò il motivo della sua rinuncia: ogni tentativo comporta un rischio di fallimento. Qualche rara volta, perfino il Boe non è riuscito a prendersi una preda. E qui non può correre questo pericolo, perché se fallisse, non potrebbe più fare parte del coro, perdendo così una risorsa importante per la sua vita.
Lui mi aveva accennato nelle sue confidenze, che da giovane era stato un gran bell'uomo e che nelle conquiste femminili “andava come un treno”. Ma non aveva insistito su questo dettaglio confidenziale, non aveva fatto lo sbruffone, perché da sempre chi ottiene grandi risultati concreti non ha bisogno di millantare. Però, una volta che venne a trovarlo un suo ex commilitone, questi mi raccontò che nei lunghi mesi in cui la loro nave militare permase in un importante porto del meridione italiano, William “si fece” la metà della popolazione femminile del luogo, nella fascia tra i diciassette e i quarant'anni, correndo grossi pericoli da parte dei titolari del diritto al sesso di quelle ragazze, i quali in qualche caso appresero dei tradimenti delle loro belle e ne furono inferociti. Ragazzi, si sta discorrendo della Sicilia dei primi anni settanta, non della Svezia!!!
La classe del Boe nell'arte della conquista, pure io ho l'ho potuta ammirare dal vivo e da vicino, benché oggi l'età del personaggio sia già quella di un uomo anziano. L'ultima domenica di carnevale andammo in guagua dal Puerto a Santa Cruz, per assistere alla sfilata mascherata detta ”Apoteosi”. Io già ero grato al mio amico per avermi confermato in una certa scelta, di andare vestito normalmente, perché alla mia età non mi pare dignitoso mascherarmi; in pullman infatti, ad onta dei miei timori precedenti (avevo sentito dire che a Tenerife il carnevale comporta l'obbligo di accettare le sue regole fondamentali) molti turisti erano in borghese come noi.
Per tutto il viaggio il Boe resta tranquillo, non trovando una preda che lo ispiri. A Santa Cruz ci incontriamo con un gruppetto di giovani amici miei, tutti rigorosamente mascherati, ed insieme a loro ci incamminiamo verso il corso in cui si terrà la sfilata; il Boe ad onta del suo abbigliamento normale (e quindi un po' fuori luogo) si mostra sicuro di sé come lui sa essere. Ad un certo punto scorgiamo una bella signora sulla quarantina, molto dignitosa e contegnosa, non mascherata ed elegante, la quale sorseggia qualcosa in solitudine seduta ad un tavolino all'aperto. E' una donna piena di classe. Io non mi sarei mai permesso di avvicinarla, e men che meno a questa età... ma il Boe è un eroe, il Boe è un vincente. Il suo sguardo si illumina, la sua voce esce dolcissima, e si accende il suo sorriso vitale, gioioso, sereno, accattivante, convincente, travolgente... metafisico. Le parole non hanno più nessuna importanza, a quel punto. Ed infatti le sue sono estremamente banali: “Bella, che fa? Tutta sola?”. Se ci avessi provato io così, sarei ancora qui a leccarmi le ferite. Quella signora sorride a William compiaciuta, serena, incuriosita ed eccitata. Io che sono percettivamente acuto noto il tremore del labbro inferiore di lei, un tremore che da sempre significa “disponibilità femminile”, lo stesso movimento appena accennato che prelude al primo bacio d'amore. Invito il mio amico a lasciare il nostro piccolo gruppo e a soffermarsi a fare compagnia alla bella sconosciuta con la quale ha già rotto il ghiaccio così brillantemente. Ma il Boe prosegue con noi: ha avuto dalla vita quasi tutte le donne che ha desiderato, ora è in pensione e può rinunciare ad una conquista, non ha alcun bisogno di fare torto agli amici, gli basta aver mantenuto l'allenamento: oltre che un eroe, il Boe sa essere un gran signore. Proseguendo nella frequentazione di questo personaggio, vedrò altre accensioni liriche improvvise, noterò con stupore che quando una creatura femminile lo ispira, qualunque sia l'età della donna in questione, questo ultrasessantenne riesce a coinvolgerla emotivamente. In che cosa consiste questo incredibile carisma, questo motivo di irresistibile fascino? Faccio diverse ipotesi e le scarto tutte; un mio amico smaliziato e critico, quando gli porgerò questo enigma, si limiterà a dirmi: “Mah... sarà ancora un bell'uomo...”. Eppure, con tutto il rispetto dovuto alla bella figura di cui lui dispone, per la statura imponente, il volto che è tutto un programma (un ovale sensuale con gli zigomi lunghi), i lineamenti dolci e gli occhi azzurri dallo sguardo dolcissimo [non continuo perché non sono Oscar Wilde]... oggi non è propriamente un bell'uomo. Da giovane sicuramente guadagnava tanti punti per la divisa da ufficiale di marina su di un fisico aitante e snello di un metro e novanta e passa, ma... avendo visto delle sue fotografie, non direi di lui quello che il Manzoni scrisse del Cardinale Federigo Borromeo: “tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c'era stata quella che più propriamente si chiama bellezza”. Ed in ogni caso, alla età  mia e sua non si può più esser belli. Ad onta di una immagine che circola in internet, di Sean Connery e Richard Gere rappresentati come “splendidi tramonti”. Anche se molte donne condividono questo concetto, posso dire la mia opinione? Questi due attori sono stati indubbiamente uomini belli da giovani; oggi Gere sembra solo uno stupidino e Connery un affascinante uomo di classe di una certa età. Le donne italiane sadiche che attribuiscono loro una bellezza persistente, se non addirittura maggiorata, lo fanno soltanto per umiliare all'infinito noi uomini bruttini o brutti o bruttissimi. Quasi a dire: non ti illudere, tu starai sempre dalla parte dei perdenti, per tutta la vita. E dato che sei credente, e ritieni che dopo questa vita ve ne sia un'altra, dalla durata infinita... noi (sadiche donne italiane) ti ricordiamo che secondo la tua concezione, risorge pure il corpo, e dunque tu sarai un uomo sfigato per l'eternità. Ti converrebbe chiudere la partita per sempre, dopo averlo preso nel “bisacchino” per settanta, ottanta o novanta anni. Per te non vi è rimedio. E se ti fai delle plastiche, noi (donne italiane sadiche) lo veniamo a sapere e ti sputtaniamo con tutti. Così appari due volte sfigato...
Dunque il Boe non vince per la bellezza. Qual'è dunque la causa della sua forza, l'asso nella manica di cui dispone? Io sono convintissimo che si tratti del suo sorriso, un sorriso di una forza straordinaria, un sorriso che forse nessun altro uomo al mondo oggi possiede, un tratto sul quale torneremo, se vorrete seguirmi, per cercare di decifrarlo.
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Mer Set 05, 2018 12:17 am

UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ (PARTE QUINTA)

Sul magico sorriso di William molto resta da dire. In primo luogo che è una risorsa naturale, fresca,  spontanea; non è studiata, controllata, mediata da consapevolezza: se infatti chiedi al Boe perché lui piaccia tanto alle donne, ti dirà che è stato un bell'uomo, che è dotato di disinvoltura (io direi faccia tosta) o valentia o coraggio, che ha appreso bene l'arte della conquista... tutte affermazioni  veritiere, ma non esaustive né preponderanti. Il Boe non sa quanto sia coinvolgente il suo sorriso, ma lo sa usare perfettamente quando gli conviene. Questo sorriso coinvolge e travolge non solo le persone di sesso femminile, ma pure gli uomini ed i gruppi. Ricordo: un tempo, la domenica eravamo soliti pranzare insieme e andavamo spesso a ristorarci nella accogliente trattoria di Andrea Bassi. Una volta vi trovammo una grande tavolata (Andrea è un maestro anche nello sfruttare il poco spazio di cui dispone, e riesce ad ospitare molti commensali in un ambiente ridotto, senza che nessuno ne soffra) di persone non più giovani ma assai vispe e giovanili che festeggiavano un mio vicino di casa, vecchio tenore dalla estensione vocale ancora formidabile: questi stava celebrando dal grande chef Andrea Bassi il suo ottantesimo compleanno. Finito il pranzo, il tenore accontentò i suoi ospiti e si mise a cantare con una base musicale registrata, alcuni pezzi di grandi opere. Un vero spettacolo. Ma ad un certo punto il tenore sospende l'esibizione perché si è accorto della presenza in sala, mia e del Boe. Viene al nostro tavolo per salutarci ed invitare William, che è un grande baritono riconosciuto come tale, a cantare insieme a lui. William si schermisce, forse è consapevole di non essere nella forma migliore (anche perché la conversazione fra noi aveva toccato argomenti personali molto tristi, incompatibili con la voglia di cantare), ma non può rifiutarsi, perché è un vecchio militare nella accezione più nobile. Di mala voglia e titubante come non mai, William si avvicina alla tavolata dei festeggiamenti, ma quando il tenore lo presenta agli ospiti in modo solenne, sfodera un sorriso “da incantamento”: io lo percepisco non frontalmente, ma da una posizione angolata pur sufficiente a farmelo apprezzare massimamente ed invidiare. Perché anche qui il nostro è grandissimo: di fronte alle difficoltà grandi e piccole della vita, estrae il suo migliore sorriso e trionfa sulla sfiga. E quando il tenore ha terminato di presentarlo, il Boe con il suo perdurante sorriso esclama: “saluto tutta la compagnia!”. Se esistesse una scuola del fascino, questa immagine starebbe per sempre nei suoi libri di testo e nelle sue antologie. Tutta la tavolata prende ad ammirare e ad amare William, come rapita da una presenza angelica. Ed inizia la breve esibizione del tenore e del baritono, portata avanti per pochi minuti. Per la prima volta in vita sua, il Boe canta da cani. Forse era ancora triste per le rievocazioni precedenti, relative alla sua durissima storia personale, ma c'è dell'altro, perché stiamo trattando di un superman che non può essere colpito da depressione. In questo caso è l'inconscio che gli genera uno scherzetto, forse la paura del successo o quella dell'insuccesso, di fronte ad un pubblico di intenditori per il quale non si era potuto preparare. Giova annotare che pure i militari di carriera possiedono una sfera mentale inconscia nel senso freudiano, anche se non ammetteranno mai di averla (la stupenda lezione di Sigmund Freud ci viene infatti ad insegnare che “non siamo padroni in casa nostra”, e questo un militare professionista non lo può ammettere). Il Boe canta male ma il suo supplizio dura pochi minuti, il tempo dell'aria che il tenore aveva voluto interpretare con lui; fioccano gli applausi per il duo canoro, meritati solo per metà (la potenza del tenore si è confermata)... il Boe comunque sfodera un altro sorriso per commiato e torna al nostro tavolo applauditissimo. Abbagliati dai sorrisi, gli spettatori non hanno percepito affatto la bassa qualità della esibizione canora.
La forza del sorriso di William: non è possibile in alcun modo condurre su questo fenomeno uno studio scientifico sperimentale, ovvero rapportare questo tratto a quello omologo di tutti gli altri esseri umani, anche perché la maggior parte dei termini di confronto non sono più reperibili fra di noi. Ma la mia soggettiva intuizione mi dice che viene evocata la credenza nel soprannaturale, dal naturalissimo sorriso del nostro. La mia conoscenza degli esseri umani, limitata ma non troppo (ho già una bella età), mi dice che nella storia dell'uomo vi sono stati tre casi, di un sorriso capace di produrre una sorta di “transfert” immediato, ovvero adesione emotiva senza base né accompagnamento di altri fattori suasivi: Il sorrriso di Monna Lisa, quello di George Mc Govern (il candidato del partito democratico statunitense alle elezioni presidenziali del 1972) e quello del nostro William. Sul sorriso della Gioconda non sappiamo se la modella di Leonardo da Vinci possedesse veramente un simile tratto così avvincente e conturbante, o se questo carattere sia stato una geniale invenzione del più grande artista di tutti i tempi: in ogni caso, su quello che noi vediamo al museo del Louvre e nelle riproduzioni, si sono cimentati a decine gli autorevoli interpreti. Perfino Sigmund Freud, il quale seppe cogliervi pure una sorta di “ghigno demoniaco” nascosto e coperto dalla splendida armonia e dolcezza del tratto. Sul sorriso di Mc Govern forse nessuno ha discettato, ma altresì nessuno ha compreso e spiegato come mai un politico portatore di ideali e di un programma di sinistra “spinta”, cioè di un progetto e di un modo di pensare inviso alla stragrande maggioranza del popolo americano di allora, sia giunto non troppo lontano dalla conquista della Casa Bianca, e lo abbia fatto in un modo pulito, senza l'appoggio di mafie e senza colpo ferire. Nessuno, io credo, si è soffermato sul fascino del sorriso di George Mc Govern. Oggi si dice che vi sono personalità che “bucano lo schermo”; ieri si sarebbe dovuto dire che lo sguardo del politico americano in questione, visto anche soltanto in foto, irradiava fascino e “bucava la carta stampata”.
Per capire il fascino del sorriso di William è necessario partire da lontano. Parto dunque da uno dei tanti dialoghi tra noi intercorsi. Eravamo seduti sulla nostra panchina preferita, quella che si trova in Calle Valois sotto l'edificio Bel Air B. Lui mi chiede un favore importante, una cosa a cui tiene molto: “Dato che tu sai scrivere bene ed io non ne sono capace, e dato che io ho alle spalle una vita che meriterebbe di essere raccontata, accetti di scrivere la mia storia?”. Non voglio essere scortese con lui, che mi è caro e mi ha fatto del bene, e gli rispondo che farò il possibile per accontentarlo, anche se il soggetto, ovvero la vita di un bambino sventurato che non ha conosciuto i propri genitori ed è cresciuto in orfanotrofio, è tanto duro per la mia sensibilità delicata. Voglio sondare l'argomento, prima di impegnarmi, e lo faccio parlare un po'. E vado in crisi. Perché io non sopporto che ad un bambino succeda questo: perdere la madre per il parto, ed il padre poco tempo dopo per infortunio sul lavoro. Crescere in orfanotrofio e conoscere il bastone, usato sui piccoli dalle suore cattive degli anni cinquanta (alludo alla massa, non ai casi singoli). Essere più o meno costretto ad uccidere dei maiali (vi era un allevamento di suini gestito dall'orfanotrofio, ed i fanciulli ospiti di quella struttura dovevano occuparsi di tutta la filiera, dalle bestie vive alla carne in tavola); quando giungeva nei piatti la squisita carne suina, era festa grande per quei poveri fanciulli, ma perché questo fosse possibile era necessario che un piccolo eroe si accollasse il compito iniziale e più duro, ovvero la uccisione dei porci. E naturalmente il ruolo di “boia” era stato assegnato a William, e naturalmente lui non si era tirato indietro perché era già allora un eroe, e gli eroi non si improvvisano, e devono farsi carico delle altrui debolezze. Io già sto male, ma crollo quando William mi confida che nella sua infanzia tribolata, ha assaggiato tre caramelle in tutto, e per lui una caramella era un'estasi da Paradiso. Il mio amico, preso dalla rievocazione di quel tremendo passato, ne ripete le emozioni con la mimica del viso, aderendovi del tutto come in una catarsi psicoanalitica (pensate a quelle utilizzate narrativamente dal regista Hitchock in alcuni celebri film) e mi mostra il disperato tentativo di uno di quei piccoli sfortunati, di trattenere la caramella in bocca quanto più a lungo possibile, ritardarne lo scioglimento perché forse non ve ne sarebbe mai stata un'altra. Ed a questo punto io svengo. Se un uomo della tempra di Dante Alighieri non si vergogna nel dirci che lui svenne quando sentì il racconto di Paolo e Francesca, io non mi vergogno se vi riferisco che un povero omarello, un certo giorno, conversando su una determinata panchina, non ha retto alla commozione ed alla pietà, ed ha perso i sensi.
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Dom Set 16, 2018 6:38 pm

UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ (PARTE SESTA)

… Non so quanto tempo duri il mio svenimento su quella panchina. Quando mi riprendo, e la mia mente può focalizzare di nuovo i ricordi, le immagini visive ed i suoni, mi rendo conto che il mio amico sta ancora raccontando la sua storia: per una volta, è rimasto del tutto ripiegato su se stesso e non si è accorto della crisi di chi gli stava accanto. Per fortuna, grazie al mancamento devo essermi perso delle altre angoscianti rievocazioni dell'infanzia e della fanciullezza dell'eroe, il quale adesso sta parlando del momento critico del suo diciottesimo compleanno. A quel punto la struttura pubblica che tutelava i minori senza famiglia non poteva più occuparsi del Boe, ed essendo lui privo di un reddito, l'assistenza sociale cercò di affidarlo a qualche parente. Venne interpellata per prima una zia, sorella della povera madre del nostro, la quale tanti anni prima, alla morte di entrambi i genitori di William, si era rifiutata di prendere con sé il piccolo e lo aveva lasciato chiudere in orfanotrofio. Donna non buona, come già potete vedere. E si rivelerà ancora più cattiva da qui in avanti: accettò di prendere in casa William, ma solo perché era un giovane robusto, che le faceva comodo per dei lavori di fatica; non gli lesinò ostilità e percosse, anche se il nostro eroe avrebbe potuto facilmente prevalere su di lei in uno scontro fisico; William non le mise mai le mani addosso, perché già allora possedeva una moralità spiccata. Il nostro si trovò amaramente a riflettere: con quella zia stava addirittura peggio che in orfanotrofio; cercò dunque di abbandonare quella convivenza quanto prima possibile. Per poterlo fare, seguì il consiglio di un adulto saggio che gli voleva bene, e si arruolò in marina. Giocò la carta della carriera militare, e naturalmente ebbe successo, diventando sottufficiale. Quindi per molti anni onorò l'esercito italiano con il proprio servizio sulle scomodissime navi militari di un tempo, ma questa esperienza prolungata fu nociva alla sua salute. Il suo fisico, benché forte non era tagliato per la vita di mare su imbarcazioni umide e malsane, le ossa si impregnarono di umidità e si debilitarono; conobbe dolori alle articolazioni e difficoltà nei movimenti. Gli fu riconosciuta l'invalidità per causa di servizio, fu esonerato e pre-pensionato con un discreto assegno mensile. Nei molti anni in cui era stato ufficiale di marina, aveva aggiunto il fascino di una prestigiosa uniforme al proprio fascino personale, come già vedemmo, ed aveva collezionato successi nelle relazioni intime con le donne. Ad un certo punto si era pure innamorato e sposato, con una persona che pareva capirlo e corrisponderlo, ed allora per coerenza aveva smesso di fare il libertino; ma il suo matrimonio naufragò presto, per un incidente di percorso di cui tratteremo. Aveva nel frattempo messo al mondo due figli che avrebbe voluto poter crescere ed educare, ma questo gli fu impedito, perché all'atto della separazione i due minori assai piccoli vennero affidati alla madre. Il Boe continuò a passare gli alimenti ai suoi bambini, con il rammarico o meglio con la ferita di poterli frequentare troppo poco. Il tempo passa, i figli crescono, si fanno adulti e mettono al mondo altre vite; il Boe giudica che non sia più indispensabile la sua presenza vicino a figli e nipoti e che sia il momento di pensare alla propria salute, troppo a lungo trascurata. Lascia dunque la umida casa di Latina in cui viveva vicino ai suoi cari, e si trasferisce da solo a Puerto de la Cruz, per prendere il sole tutto l'anno ed asciugare così le sue povere ossa, impregnate di umidità pregressa. Ma porta con sé un senso di colpa per essersi allontanato dai figli, i quali lo sfruttavano come confidente-consigliere e fornitore generoso di aiuti materiali, ed i nipotini, che era solito badare e portare a spasso. I figli sono egoisti e gli fanno pesare la sua scelta, di pensare finalmente alla propria salute. Per il senso di colpa verso i figli ed i nipoti, acuito dalle lagnanze dei medesimi, il Boe sacrifica buona parte della sua pensione e manda dei bei soldi a casa, decurtando il proprio assegno di sussistenza; rinuncia quindi a cercarsi una compagna per vivere più confortato l'ultima parte della propria vita, perché le donne costano, e lui vuole pensare alla prole. Questa, a grandi linee, è la vita del nostro: una vita sfortunata e triste. Ma questa vita non gli ha impedito di mantenere un sorriso gioioso e coinvolgente come vi dicevo. Ed eccoci al punto. Vi avevo promesso un tentativo di interpretazione di quel magico sorriso; per questo scopo, avevo giudicato necessario partire da lontano, e spero che questa carrellata non sia stata pesante. Finalmente vi dico: è ben difficile che sappia sorridere un uomo che ha avuto una vita tanto sfortunata come quella che vi ho descritto. Ma soprattutto a me appare incredibile che uno che da piccolo non ha avuto l'amore materno né alcun forte affetto sostitutivo, sappia sorridere come William Boe. Ma proprio questo destino maledetto nei primi anni della formazione, confermato poi da dolori successivi, a me dà la chiave interpretativa. Io possiedo una cultura psicologica da dilettante: non potei farmene una regolare, perché la facoltà universitaria di psicologia fu istituita in Italia un anno dopo il mio accesso all'Università, quando io avevo già preso un'altra strada. Ma ero un appassionato cultore della mante umana, e mi impegnai in letture e riflessioni fino a formarmi una sorta di “sapere soggettivo e privato” che non è “oggettivo e pubblico” perché non controllato presso le fonti ufficiali della conoscenza.
Nei miei limiti culturali, mi risulta che la mancanza dell'amore materno, dalla fase dell'allattamento fino alla fanciullezza, tenda a spegnere il sorriso di una persona, predisponendo questa creatura alla depressione; se la stessa persona ha avuto delle compensazioni affettive forti, che restano comunque dei surrogati, forse salverà la capacità di sorridere, ma si tratterà generalmente di un sorriso debole ed amaro: nei casi estremi dovremo accontentarci di un sorriso “tutto interiore”, che indica la libertà di spirito di un individuo equilibrato, a chi sa leggere questo tratto nel comportamento. Ma un sorriso coinvolgente come quello sprigionato da Willliam Boe quando egli si rivolge alla bella sconosciuta di Santa Cruz, o agli amici del tenore presso Andrea Bassi, un sorriso tanto spumeggiante e gioioso, un sorriso che comunica amore per la vita e per l'umanità a dei livelli intensi, questo tratto è un fenomeno che sfida le leggi della psicologia. In altri termini, detto “in soldoni”: chi non ha ricevuto amore, ha il serbatoio vuoto e non riesce a comunicare amore; perlomeno non con l'immediatezza di William. E qui sta il paradosso di cui il nostro è portatore: un sorriso che, forse unico al mondo, si salva pur essendo come un fiore mai innaffiato nel deserto (il deserto arido del disamore), è un sorriso eroico e fortissimo, un fenomeno della natura e della virtù umana combinate assieme. Un sorriso che viola le leggi naturali. Un sorriso “metafisico e soprannaturale”, come si era accennato. Il sorriso di William avendo superato tutti i tentativi di spegnimento messi in atto da un destino crudele, possiede una forza inaudita e può ben travolgere chi lo guarda.  A me piace abbandonarmi ad una rappresentazione soggettiva: spesso Il Signore blocca il diavolo per proteggere i suoi figli più deboli, e costruisce dei muri di protezione, invisibili a noi, contro i quali il maligno va a sbattere non potendo procedere e raggiungere le sue prede agognate. In altri casi il Padreterno lascia che il maligno abbia via libera per percuotere ed insidiare i figli più robusti, perché questi siano ulteriormente temprati dai colpi della sorte contraria ed acquistino una forza che Lo glorifichino tramite imprese straordinarie. Davanti al nostro William il diavolo aveva potuto spalancare le porte dell'inferno per prendersi un bambino indifeso; William bambino, diede un calcio nelle palle a Satana, e chiuse le porte dell'inferno, gridandogli: “tu sei il signore del mondo e puoi farmi nella vita quello che vuoi, ma io la vita la amo e me la godo, tu non farai mai di me un suicida, non  farai mai di me un anoressico, non farai mai di me un depresso!” Nel chiudere il portale che dava sull'abisso e sulle fiamme, quel piccolo eroe riportò qualche scottatura e qualche ferita che si sarebbe poi cicatrizzata, come vedremo, ma salvò il suo sorriso.
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Dom Set 30, 2018 5:40 pm

UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ (PARTE SETTIMA)

Da certi colpi subiti nell'età evolutiva nessuno può uscire del tutto illeso, nemmeno un lottatore tosto come William Boe... nel mondo tutto è relativo, neppure una persona splendida come William può essere sempre e soltanto un sole...  una antica massima ci ammonisce a non scrutare gli eroi troppo da vicino, per non scoprire quei difetti che la nostra parte sentimentale non vorrebbe mai vedere in loro...; quindi io, che ho frequentato William Boe assai da vicino ed a lungo, ho scoperto mio malgrado come egli sia anche (un poco almeno), quello che definiamo “uno stronzo”.
Un difetto di William, gli costò la perdita di una serena vita famigliare, ovvero di quella risorsa alla quale lui teneva moltissimo per l'antica privazione che aveva patito: la mancanza di un focolare domestico. Il nostro conservava gelosamente un album fotografico nel quale teneva delle immagini realizzate con l'autoscatto, raffiguranti certe sue prodezze erotiche compiute con donne complici. Rapporti di sesso atletici nei quali veniva valorizzata ogni parte del corpo degli amanti, immortalati dalla macchina fotografica nella performance ludica. L'album del porno-William, il nostro volle conservare anche dopo il matrimonio e la cessazione della vita da libertino, e lo teneva nascosto in una nicchia a muro della sua casa, vicina al soffitto. Grazie alla sua statura superiore al metro e novanta, ed alle sue lunghissime braccia, William poteva raggiungere quel piccolo ripostiglio vicino al soffitto, a suo piacimento. E confidava che la sua consorte, donna assai piccina di statura, mai sarebbe arrivata a mettere le mani in quello spazio segreto. Un bel giorno, per motivi misteriosi, la moglie dell'eroe in assenza del medesimo si arrampica su di una scala e raggiunge la segreta; scopre l'album, lo sfoglia ed inorridisce. Quando William torna a casa, riceve una accoglienza infuocata. La crepa, la crisi di fiducia nel rapporto coniugale fu profonda. Dopo questa faglia che si era prodotta nella relazione coniugale, bastarono poche altre scosse, inevitabili a causa del brutto carattere di William, per fare crollare l'edificio della famiglia del Boe. Che dire? Nessuna donna gode, nello scoprire che suo marito conserva nascoste certe immagini di passate avventure. Ma d'altra parte: chi ha nel suo animo una brutta ferita ed una voragine, per non aver ricevuto a tempo debito l'amore di una madre che avrebbe colmato quel vuoto, di qualcosa deve pur riempire il suo baratro interiore. E lo può riempire con la violenza, con la droga, con il gioco d'azzardo, con il sesso... Dovendo riempire quel vuoto per rimanere vivo, prestante e socialmente utile, William scelse il riempitivo migliore, ovvero il male minore, di cui poteva disporre. La sessualità di William secondo me piace a Dio. Questo ve lo dice un cattolico, che pure crede nella virtù della castità. Certamente questi miei concetti fanno parte di una cultura psicologica che le persone popolane semplici, come la moglie di William, non sono tenute a possedere. Ma se vi è amore, vi è pure una certa “sapientia cordis”, e quello che non si conosce per dottrina, lo si coglie per intuizione. La moglie di William non amava veramente suo marito, se no sarebbe stata assai più comprensiva ed indulgente.
Oltre ai difetti del nostro eroe che investono la vita affettiva, vi sono quelli che riguardano il rapporto sociale più generico, e quelli che si manifestano nelle relazioni di amicizia con gli altri uomini. Dopo avervi dato un assaggio della prima categoria, passiamo alla seconda. Nei rapporti sociali il Boe è un tipo fortemente rivendicativo. Dice lui stesso parlando di sé, che in passato era stato molto ingenuo e fiducioso e rimase più volte fregato; ma siccome “ciò che segna, insegna” (sono parole del nostro), ora è intransigente, combattivo ed aggressivo ogni volta che a prima vista gli pare di avere ragione in un conflitto, o di correre il rischio di una fregatura. Ed a volte sbaglia. Per esempio, prese una casa in affitto al Puerto, arredata. Quando il frigorifero ricevuto in dotazione con i mobili mostrò i suoi limiti, per l'usura o per la mancanza di un componente, il Boe comperò il pezzo mancante e si autoridusse l'affitto che versava al padrone di casa, per un importo pari alla spesa del pezzo di ricambio che aveva dovuto sostenere. Vagli a far capire che il contratto di affitto non comprendeva esplicitamente il frigorifero, e che la presenza di questo elettrodomestico era pura cortesia ed ospitalità del proprietario dell'alloggio; vagli a far capire che sarebbe stato più educato trattare la questione con il proprietario, prima di procedere all'autoriduzione: non vi è nessuna speranza di scuoterlo, di ingenerargli un dubbio sul suo comportamento; il Boe non sa fare autocritica ed è invulnerabile alle crisi. D'altra parte senza questa sua compattezza interiore ed assoluta sicurezza o sicumera, forse non sarebbe giunto fino a noi e non saremmo qui ad elogiarlo. Sempre in questa categoria dei difetti del nostro: da un giorno all'altro il suo computer si rifiutò di navigare in internet. Il Boe si recò nel negozio-ufficio del suo gestore telefonico ma trovò risposte vaghe ed il generico invito a contattare il servizio di assistenza ai clienti, di cui gli venne fornito il numero di telefono. William tentò una telefonata, ma l'operatore all'altro capo del telefono parlava veloce ed usava un linguaggio tecnico: qui nulla poteva il sorriso dell'eroe, e nemmeno il mio aiuto, perché a quell'epoca io andavo poco oltre l'abc nella lingua spagnola parlata. Non trovammo nessuno che si prestasse a venire a casa del Boe per fare da interprete in un colloquio con l'operatore telefonico, gratuitamente (William ha lunghe braccia nel senso fisico, ma è di “manica corta” nel senso economico). Il Boe tornò più volte al negozio di cui sopra, manifestando il suo disagio e disappunto, ma non ottenne un risultato migliore che la prima volta. A questo punto William stava per passare al contrattacco o ritorsione, dopo aver maledetto con me il gestore telefonico: stava per annullare la domiciliazione bancaria con la quale pagava l'abbonamento ad internet. Cercai di dissuaderlo, dicendogli che la colpa forse non era della compagnia telefonica con cui aveva stipulato il contratto. Ottenni soltanto una proroga temporale di poco tempo, prima che scattasse la ritorsione dell'eroe, pochi giorni che mi servirono per convincere ad intervenire una mia amica ferrata nell'informatica e nello spagnolo parlato. Questa interloquì con il servizio tecnico della compagnia telefonica, da casa del Boe; seguì tutte le istruzioni ed i passaggi operativi dettati dal consulente, e si venne a scoprire che si trattava di un uovo di Colombo: William, che naturalmente si era lanciato ad utilizzare internet senza alcuna preparazione, non aveva fatto un certo aggiornamento del sistema operativo. Glielo fece in pochi minuti la mia amica, ed il Boe recuperò la navigazione on line. Fu una delle poche brutte figure di William, perché quasi sempre il suo sorriso vincente e convincente lo salva, e devo dire che io spesso faccio ben peggio di lui. Ma quando mi succede, io ne esco imbarazzato e a testa bassa, Il Boe ne sortì invece a testa alta e a petto in fuori. Vincenti si nasce, e lo si rimane anche nella sconfitta.
Questo tratto rivendicativo del suo comportamento non è egoismo: la sua capacità di combattere, William la offre anche agli amici, perché è un generoso. Una volta era venuto a trovarmi nella casa in cui vivo, sopra il parco Taoro. Io ero reduce da poche compere effettuate nel mini-market vicino alla mia abitazione, e stavo riflettendo che avevo speso veramente troppo, una follia per pochi generi solitamente economici; al momento di pagare alla cassa non mi ero accorto del prezzo eccessivo che mi veniva imposto. Quando arriva il Boe, gli esterno le mie perplessità sul prezzo che ho appena pagato, mostrandogli tutti gli articoli acquistati. Il Boe si imbufalisce, perché ha il senso della giustizia, odia gli imbrogli e mi vuole bene. Mi offre con insistenza di andare lui stesso a protestare in mia difesa, perché sa bene che io sono assai più timido e timoroso, e lui, anche se non conosce lo spagnolo, è più efficace di me in certi contrasti, perché ha più carica vitale e non conosce momenti di crisi nemmeno quando passa dalla parte del torto. Mi oppongo con energia: non è dignitoso che io mi faccia difendere da un amico più forte, e poi non mi è stato dato lo scontrino e non si può dimostrare nulla, e poi... quel piccolo supermercato è l'unica risorsa per fare la spesa, vicino a casa mia: non voglio guastarmi i rapporti con i gestori, in previsione della mia vecchiaia non troppo lontana. Il Boe desiste allora dal patrocinio gratuito dei mie interessi, rimproverandomi però di non aver preteso lo scontrino-ricevuta delle compere effettuate, che dice essere mio diritto ricevere sempre. Meno male che non siamo andati a rivendicare e forse a litigare con la bella cubana proprietaria del negozio: in un'altra occasione lei, in risposta ad un mio commento scherzoso, mi avrebbe poi detto che i suoi articoli costano molto (in realtà, perché può approfittarsi del fatto di non avere alcuna concorrenza, in una posizione logistica assai scomoda) perché il suo supermercato non è fatto per la gente povera... Per altre vie verrò poi a sapere che non è obbligata a rilasciare gli scontrini: in Spagna quest'obbligo di legge non esiste. Quindi, se avessimo rivendicato una restituzione di denaro, saremmo stati perdenti. Rivendicare a sproposito ed a vuoto,  un tipo “garibaldino” come William se lo può permettere, ma un omarello no: si sente vergognoso, si sente, ancora più piccolo, si sente venir meno.
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Sab Ott 13, 2018 12:02 am

UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ (OTTAVA PUNTATA)

Si diceva che i difetti dell'eroe sono ripartibili in tre categorie: la vita affettiva, le relazioni sociali, i rapporti con gli amici. Finora abbiamo esaminato i primi due ambiti; nulla ancora si è detto circa le relazioni di amicizia. Volendo trattare questo tema, vi confesso che mi trema la mano. Perché io ho affetto per William ed ho scelto di portare un peso grande per le sue intemperanze nei confronti degli amici. Il nostro rapporto è difficile e strano: siamo tipi umani estremamente diversi, ed il bagaglio di esperienze non ci avvicina. Si può dire che ci ha legato soltanto la condizione identica: l'essere immigrati in età di pensione nello stesso paese. La necessità di risolvere gli stessi problemi materiali ha fatto sì che ci dessimo una mano a vicenda, socializzando il sapere e le capacità. E' stata poi una risorsa ed un valore aggiunto il farci compagnia nella solitudine. Passando molto tempo insieme e collaborando per i risolvere dei problemi, è maturato un rapporto di affetto abbastanza intenso, perché entrambi siamo tipi sensibili ed abbiamo alle spalle carenze affettive. Dicevo che mi trema la mano nell'affrontare il tema spinoso dei difetti del Boe verso gli amici, perché lo sforzo che ho fatto fino ad ora, di inghiottire quei rospi di cui adesso vado a raccontarvi, rischia di venir vanificato: se lui leggerà queste note, difficilmente rimarrà mio amico. Ma io ritengo che questo racconto che vi offro, ed in generale una comunicazione “on line” “tra l'intimistico ed il sociale”, abbiano una ragione d'essere che giustifica il rischio e l'eventuale perdita di una amicizia; ed inoltre in questo mondo tutto passa, e più che mai il rapporto tra un omarello ed un eroe non può andare avanti all'infinito...
Sputo subito il rospo più grosso, mai digerito: io ero commosso da tutti gli aiuti che lui mi dava, dai servigi che mi rendeva di slancio con la sua manualità favolosa, dai suoi buoni consigli per la mia vita, disinteressati; non potevo dunque dubitare della sua solidarietà. Credevo di potermi confidare con lui, come lui faceva con me. Gli comunicai una volta che ero piacevolmente eccitato perché una bella donna giovane (una quarantenne per me è una ragazza) mi cercava ripetutamente, con insistente calore. Gli dissi che facevo l'ipotesi di un interessamento di tipo affettivo, e che volevo verificare questa supposizione. La risposta del Boe fu raggelante, del tipo: “guarda che quella sta cercando dei soldi, non può avere altro movente”. Ora, anche io non sono nato ieri e so bene che se una donna ancora giovane prova attrazione per un uomo che ha superato la sessantina, delle due l'una: o soffre di disturbi mentali, oppure cerca dei vantaggi materiali. Ma a differenza del Boe io sono relativista: poiché l'assoluto non è di questo mondo, la spinta a cercarsi un determinato partner molto più anziano, di sicuro è motivata per nove decimi da un motivo di convenienza (nel mio caso di allora, la “ragazza” poteva aver preso un abbaglio, oppure essere stata male informata, sì da ritenere che io fossi ricco), ma non si può escludere a priori una componente psicologica minoritaria, di fascinazione per la persona. Se vi è un decimo contro nove, di rapporto affettivo personale genuino, con il tempo e con molta arte è possibile fare aumentare il peso di questo ingrediente. Comunque io avevo molta fiducia, e ce l'ho tuttora, nella capacità di William di “leggere” le situazioni umane e le dinamiche che vi intercorrono. Gli chiesi dunque di accompagnarmi una sera a mangiare una pizza nel locale in cui la giovane fan dell'omarello lavorava come cameriera, affinché egli potesse osservare gli atteggiamenti di lei ed intuire che cosa bollisse in pentola, se fosse la semplice ricerca di una amicizia o qualcosa di più. Quella cena fu un disastro: Il Boe interloquiva con la “mia” cameriera tentando di prevalere su di me agli occhi di lei, anzi di surclassarmi. Tra una portata e l'altra io esternai al mio amico il mio fastidio per il suo comportamento, tutt'altro che amichevole ed anzi ostile e competitivo. Mi disse che non avevo capito il senso di certe sue battute (William è molto intelligente e sa sempre rigirare la frittata) ed io, che sono ingenuo come tutti i figli della Luce, gli volli credere. La bella inserviente, nonostante la presenza di disturbo del Boe, continuò a mostrare una preferenza per me, finché William non distrusse il gioco della seduzione tirandomi un colpo basso, una autentica cannonata, col dire improvvisamente alla cameriera  “se sei interessata a Davide, dimmelo ed io mi faccio da parte”. Quella povera ragazza per salvare il suo decoro non poté rispondere altro che una frase avvilente per me, del tipo: “per me tutti i clienti sono uguali, io sono gentile con tutti...”. Io non conoscevo ancora del tutto William, ed attribuii questa sua gaffe a quella componente irrazionale che cova nell'animo di ognuno di noi, per cui “semel in anno licet insanire”. Io nella mia valutazione dei comportamenti sono assai più severo di Seneca, e concedo un momento di pazzia agli esseri umani per sole tre volte nell'arco di una vita lunga. Mi dissi che in quella circostanza era capitata a me la sfortuna di un raro momento assurdo di William, e non smisi di volergli bene e di tenermelo come amico. In seguito purtroppo avrei assaggiato tanti altri comportamenti ostili, competitivi, cattivi verso di me, da parte del Boe: tutte le volte che una donna in presenza di entrambi mi manifestava attenzione privilegiata e stima. Certo, a caldo fu una fortuna che io quella sera non portassi con me una pistola nel borsello come in anni precedenti, avendo rinunciato a rinnovare il porto d'armi; perché io sono un buon tiratore, al poligono di tiro ero un campioncino, e ad una distanza così ravvicinata ovvero alla estremità opposta di uno stesso tavolino da bar, se avessi perso il controllo razionale sarei riuscito a realizzare il mio desiderio impetuoso: non solo togliergli la vita, ma anche fargli cadere la testa nel piatto in cui mangiava la pizza. La morte non sarebbe stata infatti una punizione sufficiente per un comportamento come il suo di quella sera, perché entrambi abbiamo già una bella età e dunque poco da vivere e poco da perdere: una morte umiliante, gli stava bene; ovvero morire su di una pizza, con la faccia sporca di pomodoro e bucata da una pallottola.
Decisi di perdonarlo senza parole, anche perché mi ripugnava dare a lui, uomo esperto di vita e di mondo, una lezioncina di questo genere: “vedi William, con una battuta come la tua, se una donna è interessata a me come uomo, ottieni di colpirla nel suo pudore, mostrandole che il suo comportamento seduttivo appare smaccato e ben visibile; dunque ella si irrigidirà, si controllerà nei miei confronti per evitare altre brutte figure, ed il corteggiamento diventerà impossibile.”. Una lezioncina di questo genere è pesante riceverla per un giovanissimo; data ad un uomo intelligente e scafato come lui è umiliante, più pesante di una ingiuria. Tanto valeva ingiuriarlo, e rompere l'amicizia senza sprecare fiato e senza mancare di rispetto alle nostre due intelligenze. Per inciso, non si offendano i miei lettori se per una ragione narrativa esplicito nozioni note a tutti...
I tempi non erano maturi per una rottura dell'amicizia, e decisi dunque di portare la croce, ovvero di non sfogarmi con lui. Non so se in tutto il percorso di vita successivo a quella frase indecente, il Boe abbia mai riflettuto su quello che mi aveva combinato quella sera. Ho la quasi certezza, la quasi evidenza che non lo abbia mai fatto. A parer mio, se un uomo si rende conto di essersi comportato in quel modo, non è da stimare se non desidera il suicidio. Sia ben chiaro: io non vorrei mai che nessuno si suicidasse, tanto meno una persona a cui voglio bene; ma un conto è farlo, ed un conto è desiderarlo intensissimamente per cinque minuti almeno. Dopo una gaffe come quella descritta, William aveva il dovere di agognare due cose soltanto: una pistola ed un cesso, per farla finita con dignità. E forse sarebbe pure desiderabile, per un motivo già detto, che dopo l'auto-sparo la testa gli fosse caduta nella tazza del water, e che il suo corpo fosse stato poi ritrovato in quella indecente postura.
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Mar Ott 23, 2018 9:09 am

Un eroe a Puerto de la Cruz (nona puntata)

La inadeguatezza, la ambivalenza del Boe come amico, non solo io dovetti sperimentare sulla mia pelle: capitò pure a Marina, la vicedirettrice della agenzia immobiliare che gli aveva trovato casa. Io voglio bene a Marina, giovane donna brillante e di successo, la quale mi si è affezionata come ad un vecchio zio. Marina ha fatto molto per William anche se lui non lo sa: ha interceduto con il suo personale prestigio affinché nei primi tempi della permanenza in terra straniera, costui non fosse completamente solo ma avesse qualche compagnia; prima del suo arrivo era andata perfino a pulire personalmente la casa in cui William avrebbe abitato, in quanto il proprietario non l'aveva pulita bene, cosicché quando l'eroe giunse al Puerto trovò subito un ambiente confortevole ad accoglierlo. Nei primi giorni della vita portuense dell'eroe, Marina gli fece pure da interprete gratuita, posponendo per lui altri impegni di lavoro, poiché il nostro aveva dei problemi tecnici da affrontare e non sapeva una parola di spagnolo. Per questi motivi, fui sorpreso ed amareggiato quando William ebbe uno strano sfogo, e con asprezza e rabbia mi parlò male di Marina definendola una “paracula”. Lei non gli aveva fatto nulla, semplicemente non gli aveva dato quell'amore istintivo, di slancio e gratuito, che solo una madre ti può dare, e che esclusivamente una madre è tenuta a darti. Ma rimasi ancor peggio in una occasione successiva: il Boe ed io passeggiavamo per Plaza Charco ed incontrammo Marina che camminava parlando al telefonino, concentratissima nella conversazione e visibilmente preoccupata, pareva impegnata in un colloquio drammatico. Io supero Marina lanciandole uno sguardo di ammiccamento e di saluto, e lei mi fa capire con una occhiata che non vuole essere interrotta, cosicché mi allontano. Il Boe si stacca da me per fare il balordo: si va a piazzare davanti alla nostra amica bloccandole la via, e le sorride; ma questa volta non gli esce il suo sorriso migliore, trionfale, quel sorriso che piega tanti ostacoli. Gli esce misteriosamente un sorrisetto da imbecille. Ma il Boe non si ferma qui. Allunga il suo braccio tendendo la mano a Marina, mentre lei appare tesa e preoccupata più che mai. Marina è una ragazza tosta e gli spazza via la mano con due perentori schiaffetti. Il Boe si offende a morte, anche se lì per lì non lo da a vedere e non me lo dice, ma esternerà a distanza di tempo. Mi dirà che lui, uomo di una certa età, non può sopportare di essere trattato in quel modo da una ragazza. Lo capisco benissimo, perché anche a me la cosa darebbe fastidio. Ma io non sono andato a disturbare una persona che in quel momento, con tutto il linguaggio del corpo. mostrava di non volerne mezza.
Comunque al Puerto le maggiori delusioni sul piano della amicizia William le ha date a me, perché sono stato io l'amico che lo ha frequentato più spesso e più a lungo. Dopo la fregatura con la cameriera di cui vi ho narrato, vi fu un'altra circostanza campale. Io ero reduce dall'acquisto di una bella casa al Puerto, avevo fatto un buon affare e volevo festeggiare il mio radicamento a Tenerife con le persone importanti della mia vita nuova. Avevo invitato a cena un gruppo di amici, fra cui il Boe, nell'elegante ristorante denominato “El Monasterio”, nel comune di Los Rejalecos. Io e William eravamo entrambi sprovvisti di automobile, e sarebbe passato a prenderci sotto casa mia il cavalier Alexander Moretti, il capo della agenzia che per due volte aveva risolto i miei problemi (prima facendomi trovare una bella casa in affitto ed ora finalmente una tutta mia, ancora più bella). Mentre aspettiamo il Moretti, William ci dà dentro a parlarmi male della già citata Marina e soprattutto di Benedetta, la mia amica del cuore, moglie di Alexander e reginetta degli italiani a Puerto de la Cruz. E' forte l'affetto che mi lega a questa persona, ma William imperversa senza pietà, esprimendo il suo disgusto per lo stile di lei nei rapporti interpersonali, e giungendo perfino a confermare una calunnia che un invidioso si è inventato, una calunnia nel cui merito il Boe non sa nulla. Notare l'infelicità di questo comportamento, oltre al basso livello morale: stiamo per andare ad una cena di gruppo che io ho voluto dedicare soprattutto a Benedetta, e poi al suo staff, e quindi al suo “entourage”: se io avessi mai creduto alle parole di William, con quale stato d'animo avrei vissuto quella serata? Ma non è questa indelicatezza nei miei confronti la cosa più grave; questa insensibilità è da mettere in preventivo avendo a che fare con un militare di carriera: da queste persone non ci si deve aspettare la delicatezza, ma altri valori. Comunque io, pur essendo sempre possibilista, non credo ad una parola di quelle che il nostro mi dice, ed anzi mi contrappongo, ma lo faccio quella volta in modo molle, perché devo passare la serata pure con William e non posso litigare prima di cena, come aperitivo. Per fortuna, ad un certo punto passa il Moretti a prenderci con la sua macchina ed il Boe deve per forza smettere il suo sproloquio: non può continuare a parlare male di Benedetta in presenza del marito di lei. Raggiungiamo il ristorante, presto giungono gli altri invitati, ed inizia la nostra serata di gruppo, che avrà un esito stupendo. Questo bellissimo momento conviviale è reso tale anche dalla classe del Boe, il quale dà il meglio di sé: con alcuni dei suoi favolosi sorrisi ipnotizza tutti i commensali, è brillante nel porgersi con tutti anche se è di poche parole, perché la dialettica non è il suo forte; si fa dei nuovi amici ed una fan single assai gradevole che gli dà corda. Ad un certo punto il Boe declamerà per tutti delle poesie satiriche con la classe di un grande attore, riuscendo a superare e a coprire senza andare in crisi pure un drammatico vuoto di memoria: un autentico fuoriclasse, un vero mattatore. La serata da me costruita con notevole impegno anche economico, riesce alla grande ed io ne sono soddisfatto, pur con due riserve: il Boe con tutti gli invitati è splendido ma con me è infernale, non mi risparmia critiche aspre sussurrate al mio orecchio (è seduto al mio fianco, per mia sventura), per delle mie presunte inadeguatezze comportamentali che vede solo lui. E menomale che questa volta mi critica in disparte: tempo prima avevo reagito nei suoi confronti perché mi dava delle “smerdate” davanti a tutti, signore comprese. Ha imparato la lezione, segno che non è malvagio e non lo fa coscientemente, di demolirmi. Anche se questa volta mi critica sottovoce, qualcosa del suo malanimo nei miei confronti perviene misteriosamente alla percezione degli altri commensali, perché in differenti occasioni diverse persone mi riferiranno di aver ben notato l'ostilità verso di me, anche se il Boe sostiene che le sue sono critiche leali e costruttive che un amico è tenuto ad esternare, e sono io il permaloso. Oltre a scaricarmi della aggressività gratuita, mi rappresenta dunque come malato mentale, ed è la ciliegina sulla torta. Marina darà una diagnosi della aggressività di William nei mie riguardi: “si nota bene che lui è invidioso di te”. Io non vedo a tutta prima di che cosa possa essere invidioso, dato che lui mi batte in tutto ciò che conta in questa vita. Ma riprenderemo questo tema; dicevo di due riserve sulla bellezza di quella serata... la seconda zona d'ombra mi fece male e molta rabbia: in sul finire della festa, quando il clima di gruppo è molto rilassato e dolce, punta dritto su Benedetta e Marina e con una faccia tosta incredibile le supplica di fare una fotografia insieme a lui. Le stesse persone di cui aveva parlato male poco prima... sembra avere un crollo: perde il sorriso vincente, perde la sua capacità di fascinazione ed usa un tono belante, dolciastro...un atteggiamento insistente, invadente ed invasivo... una pressione del tutto fuori luogo... striscia come un verme chiedendo compassione, lui che solitamente è un campione di alterigia... Quest'uomo nove volte su dieci, e passa, è sicuro di sé e trionfa; una volta su dieci, ma ancor meno, ha un crollo e diventa umilissimo, servile e ripugnante...
La foto con le belle signore viene negata a William, con un pretesto attendibile e caritatevole. Lui è sconfitto, mortificato, ma non va al tappeto, ed in pochi secondi si ricarica. Si ricarica e ritrova le sue forze mostruose, le forze che ben presto adopera per tirare a me un colpo da KO. Questo ve lo racconto la prossima volta che ci incontriamo, se trovo le forze per dirvelo, contenendo la collera che in me accompagna il ricordo di quella cattiveria.  
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Mer Ott 31, 2018 10:09 pm

UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ (decima puntata)

… La serata volge al termine, quando Marina propone il mio trionfo: un applauso all'organizzatore ed “anfitrione” della cena; segue un applauso crosciante da parte di tutti i commensali. Quando l'ovazione sta per terminare ma non si è ancora conclusa, ci pensa il Boe a farla finire. Si alza in piedi, sovrasta tutti con la sua statura, di per sé notevolissima ma che appare gigantesca in rapporto a persone sedute, nonché spinte verso il basso dal cibo ingerito; dopo un sorriso folgorante dei suoi, con la sua potente voce da cantante lirico esclama: “ UN APPLAUSO ANCHE A GINO PITTI!”. Gino Pitti è il decano, il pioniere degli italiani al Puerto de la Cruz, nonché l'amatissimo padre di Benedetta, mia amica del cuore. Gino è una grande persona, stimata e benvoluta da tutta la comunità italiana; è un uomo generoso che ha fatto del bene a tutti, escluso proprio William perché si sono conosciuti quella sera stessa e non hanno avuto ancora il tempo di fraternizzare. La gente resta un attimo perplessa per l'esortazione del Boe, io mi sento sollevato perché l'ovazione mi stava mettendo in imbarazzo e sono dunque il primo ad applaudire Gino Pitti, anche perché ho dei motivi di affetto e di riconoscenza per lui. Per la stessa ragione, tutti gli altri mi seguono a ruota e ne esce un applauso sentito. Dicevo che mi sento sollevato; ma avverto al contempo uno stridore. Non voglio fare introspezione e non ascolto lì per lì quella nota sgradevole. Il giorno dopo, ripensando all'intera festa, capirò: avevo percepito aggressività nei miei confronti ed avevo cercato di rimuovere questa sensazione. L'aggressività è quella cosa che anche se è ben coperta, viene avvertita quasi come una puzza, dalla persona contro la quale è indirizzata. Una manifestazione aggressiva è come un peto che certe volte in un gruppo un solo individuo percepisce: ma quell'individuo solo contro tutti, ha ragione. Il giorno dopo la cena, mi appare dunque chiara la perfidia del Boe: dopo aver ricevuto in dono una splendida occasione di brillare socialmente (essendo stato da me presentato con tutti gli onori ed appoggiato affinché si mettesse in luce), di farsi nuovi amici ed una nuova fiamma sentimentale; dopo aver mangiato lucullianamente cibi squisiti... non solo non ringrazia (e non ringrazierà mai), ma tacita il ringraziamento degli altri ospiti, con una trovata geniale. Sposta i riflettori della attenzione dei convitati dall'ospite ospitante ad un ospite d'onore che è amato da tutti, uno di cui lui non sa nulla se non che è molto popolare e benvoluto: il personaggio giusto per mettere in ombra il festeggiato organizzatore. Ma con questa cattiveria la serata ostile del Boe nei miei confronti non è ancora conclusa, manca la ciliegina sulla torta. Torniamo alle nostre case, ed il cavalier Moretti ospita nella sua auto me ed il Boe, come nel viaggio di andata, più un'altra persona che si trova senza macchina.
E' una squisita premura questa che ricevo da Alexander: mentre qualcun altro mi aveva portato un piccolo presente per corrispondere alla gentilezza del mio invito, il Moretti fa di più, improvvisandosi tassinaro gratuito per portare a casa tutti i miei ospiti privi di automobile; così facendo porta la serata da me offerta ad una apparente perfezione, perché sembra che l'organizzatore si sia premurato perfino di assicurare il rientro in auto da una località scomoda...
Io immagino che Alexander scaricherà me ed il Boe esattamente dove ci aveva prelevati per il viaggio di andata, ma con mia sorpresa lo sento chiedere informazioni a William, su dove lui abiti. Con entusiasmo io esclamo: “che bello! Accompagni anche William a casa!”. Il Moretti annuisce e nel contempo il Boe mormora tra i denti qualcosa che io solo posso sentire, essendo seduto di fianco a lui: “sì, per forza! Certamente! E' normale! E' giusto, è dovuto!”, con tono di voce sibilante, aggressivo e rancido. Meno male che sento solo io, che pure faccio fatica a controllarmi... infatti, se avesse sentito lo squisito Alexander, avrebbe avuto il diritto, e direi quasi il dovere, di farlo immediatamente scendere dalla macchina ed abbandonarlo in aperta campagna. Queste due ultime perle che vi ho descritto resteranno probabilmente invendicate, come altre “gentilezze” del prode William. Riguardo all'ultima, non ho avuto ancora occasione di tornare sull'argomento con lui, ma mi ripugna altresì non farlo: la difesa della verità è per me una missione di vita, nelle cose grandi ed in quelle medie, come pure in quelle piccole. E d'altra parte, possibile che William, esperto uomo di mondo, non sappia che Alexander non era affatto tenuto a portarlo fino a casa, ma tutt'al più al luogo in cui lo aveva prelevato? E che in questi casi è grave non ringraziare? Quanto alla penultima cazzata, ovvero l'odioso applauso a Gino Pitti, il quale una volta tanto non aveva alcun merito mentre io mi ero impegnato e svenato per tutti i presenti, riprenderò il discorso con voi, perché con lui non posso farlo: avrebbe buon gioco a rappresentarmi come meschino, vanaglorioso, vanitoso, egocentrico, rinfacciatore... ed il Boe quando attacca è micidiale: se io ho più capacità dialettica di lui, l'emotività pur sempre mi frega; e lui d'altra parte è William Boe....
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Ven Nov 09, 2018 1:14 am

UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ (undicesima puntata)

Si diceva che l'omarello non può rinfacciare all'eroe quell'omaggio tributato al Pitti, durante la cena. Sarebbe inelegante e parrebbe meschino. Ma se io fossi un'altra persona, amica di entrambi i protagonisti, direi all'eroe: “vedi William, ti consideri un campione di educazione ma hai avuto un comportamento perlomeno poco gentile e per niente amichevole verso l'omarello. Attribuiamo, per ipotesi e per convenzione, un valore di “cento punti” a due minuti di applausi e di elogi dedicati al festeggiato (nonché generoso organizzatore della festa). Tu non hai lasciato nemmeno terminare i due minuti, quindi hai portato la gloria dell'omarello da quota cento a quota ottanta. Esaltando poi a ruota un'altra persona, hai spostato la luce dei riflettori, e dunque hai diminuito la luminosità per Davide da quota ottanta, soglia alla quale tu l'avevi ridotta, a quota quaranta. Alcuni esperimenti di psicologia sociale ci insegnano inoltre che “l'apprendimento successivo tende a cancellare quello precedente”. Quindi, quando il gruppo aveva appena imparato ad elogiare Davide, tu gli hai insegnato la celebrazione di Gino Pitti: così facendo hai fatto dimenticare in buona parte Davide, la cui immagine è scesa addirittura a quota 20. Tu come amico privilegiato, l'unico del gruppo che era stato invitato a quella tavolata senza che vi fosse in gioco nemmeno l'ombra di un motivo di interesse o di convenienza da parte dell'organizzatore, avresti dovuto lanciare un secondo applauso per il tuo amico, ovvero portare il suo splendore da quota 100 a quota 200. Invece lo hai abbassato a 20 punti. Sei dunque in debito morale di 180 punti”. Ma vi sarebbero altre ragioni da rinfacciare a William, il cui comportamento ha perfino due aggravanti, e di un certo peso. La prima aggravante: il Boe ha ricevuto una educazione militare, dunque sa bene che quando si tributano onori di qualsiasi tipo (da una semplice festa per un congedo, fino ad una medaglia al valore; nella vita civile si pensi ad una festa di compleanno o addirittura ad un titolo assegnato dal Presidente della Repubblica) l'encomio deve essere conferito in esclusiva, oppure esteso soltanto a chi condivide gli stessi meriti che sono oggetto di quel determinato riconoscimento. La seconda aggravante: il Boe non stima affatto Gino Pitti, anche se direttamente non ne parla male. Tuttavia ricordo un episodio capitato dopo la festa, quando eravamo “in braghe di tela” per compiere un lavoretto di quelli che William mi regala con le sue capacità manuali e tecniche: era indispensabile un trapano. Ci interrogammo, a chi poterlo chiedere in prestito. Quando io suggerii Gino Pitti, uomo generoso, il Boe si impegnò a dissuadermi, sostenendo che il Pitti di sicuro possedeva il trapano ma non me lo avrebbe dato; piuttosto mi avrebbe mandato a casa un suo operaio di fiducia, provvisto di quello strumento. Oggi che conosco Gino ancor meglio di ieri, so quanto fosse errata la valutazione dell'eroe: se gli chiedo un attrezzo che lui possiede, Gino Pitti è capace addirittura di portarmelo subito a casa con la sua macchina. Ma torniamo al punto. Se Gino Pitti fosse uno che mi nega un trapano in prestito, mentre viene da me invitato con tutti gli onori ad una cena importante, meriterebbe forse il Pitti di essere applaudito a mio discapito, durante un festeggiamento in mio onore? E chi mi facesse questo scherzo, non sarebbe da ritenersi una persona assai negativa? Vi sarebbe inoltre in gioco una terza aggravante, del tutto soggettiva perché attiene alla mia visione del mondo ed alla mia gerarchia dei valori, che nessuno è tenuto a condividere. Io porto in me le categorie mentali del cristianesimo: nel mio sistema valutativo LA PERSONA E' SEMPRE FINE, MAI MEZZO DEL NOSTRO AGIRE. “Usare una persona” è immorale; usare poi uno che non si stima, facendo credere il contrario, per nuocere a qualcun altro (nella fattispecie, ad un amico) è massimamente immorale.
Queste manifestazioni aggressive che vi ho raccontato, secondo l'opinione convinta di Marina rientrerebbero nella categoria dell'invidia; e dato che ad una certa età, se si è percettivamente acuti, si sanno riconoscere particolari odori sgradevoli (vedi la puzza della aggressività, come vi dicevo nella precedente puntata), in questo caso io stesso non ho dubbi: sento la puzza dell'invidia. Ma come Marina non riesce a motivare questa presunta invidia del Boe nei miei confronti, e per farlo si appella a dei fattori inconsistenti, io pure a prima vista non ne colgo le motivazioni. Proviamo a confrontare la sua persona con la mia, e le nostre due vite: come già dissi, William mi supera in tutto ciò che conferisce prestigio sociale: lui da giovane è stato bello ed io non mai, e tuttora lui si presenta meglio di me relativamente al piano “fotografico”; io ho trascorso una vita sterile mentre lui ha procreato e si ritrova ad avere bellissimi figli e meravigliosi nipotini; lui ha indossato con onore e con orgoglio la prestigiosa uniforme di ufficiale di marina mentre io ho evitato il servizio militare (fui riformato da sotto le armi, dicevano i maligni “con un trucco geniale”: non credete loro...); lui ha avuto con facilità una grande quantità di relazioni amorose mentre io ho sempre faticato per ottenere le mie poche conquiste femminili; lui ha capacità tecniche e manuali strepitose, mentre io valgo assai poco in quelle doti, doti che un tempo definivano “un vero uomo”... e si potrebbe continuare. L'unica attitudine in cui io sono migliore è la dialettica, la capacità di comunicare brillantemente, a voce e per iscritto: ma, come si diceva, basta un suo sorriso per annullare questo “gap” e fargli prendere il sopravvento. Lui è tanto più abile, lui è un uomo di successo ed è perfino un eroe, mentre io sono soltanto un omarello: di che cosa mai potrebbe essere invidioso? Con un po' di riflessione ho trovato la chiave di questo enigma.
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Ven Nov 16, 2018 4:51 pm

...Si diceva di una presunta invidia del Boe nei miei confronti. La prima a dare una simile diagnosi dei comportamenti distruttivi dell'eroe, era sta la mia amica Marina, la quale in momenti diversi aveva alternato i termini di “invidia” e “gelosia”. Dopo un po' di riflessione, io do ragione a Marina in entrambe le sfumature del suo giudizio, come sto per spiegarvi. L'”invidia “ del Boe scatta infatti quando è presente qualche figura femminile, alla cui attenzione lui tiene. La mia riflessione nel merito, parte da lontano: nella mia vita ho ascoltato, fatto parlare ed interrogato degli adulti che da piccoli avevano avuto la sfortuna di crescere in collegio, deprivati del calore di una famiglia. In quest'ambiente i ragazzi diseredati di certo fanno squadra, si sostengono fra loro perché l'amore da qualche parte se lo debbono prendere: senza amore è arduo sopravvivere. Ma allo stesso tempo la competizione reciproca è esasperata, per ottenere quelle briciole di rapporto affettivo che è possibile strappare agli adulti che si occupano di loro. Questi ragazzi sfortunati imparano a fregarsi l'un l'altro nei rapporti interpersonali, perché se vi è qualche
carezza o qualche caramella da prendere, non ve ne sono per tutti, e bisogna arrivare per primi alla mano provvida, tagliando le gambe ai concorrenti. L'altra creatura che si trova nelle stesse loro condizioni, il pari grado, viene vissuto come un rivale da segare, e dal quale guardarsi. Questo dato già illumina su alcuni comportamenti del Boe, dei quali non vi ho ancora fatto cenno:
certe volte nei miei confronti appare subdolo, diffidente, coperto e fuorviante, come se io potessi nuocergli in qualche modo, anche se non vi è fra noi alcun conflitto di interessi e sebbene lui sia un tipo acuto, intuitivo e dotato di esperienza di vita: uno che capisce benissimo che io non lo voglio fregare e nemmeno ci riuscirei, perché sono più ingenuo. Scatta questa diffidenza nelle circostanze più strane: quando lui cerca una casa per sé mi nasconde le sue mosse, anche se io sono già sistemato riguardo all'alloggio e non ho la possibilità di comprarmi una seconda casa (e lui lo sa bene); oppure quando gli interessa una donna che a me non piace affatto, ed egli lo avverte bene; oppure quando è in trattativa con il capo di una associazione di pensionati alla quale io appartengo, e tenta di iscriversi a mia insaputa. Io capisco qualcosa di psicologia, e colgo benissimo come in questi casi gli scatti un riflesso condizionato, una abitudine presa nelle fanciullezza, quando l'altro era sempre un concorrente da cui guardarsi. Quando è in gioco l'attenzione di una donna, lui punta a sminuirmi e a boicottarmi, anche se la creatura femminile in questione non andrà mai a letto con nessuno dei due (anche il Boe ha qualche limite) e nemmeno alcuno di noi due vuole avere una intesa sentimentale con lei. Anche qui, mi spiego il suo comportamento con i suoi terribili trascorsi: da piccolo non ha avuto le attenzioni di una madre amorosa ma quelle di suore cattive armate di bastone; io non so se al suo posto sarei ancora vivo né come mi sarei ridotto. Ma è normale che patisca una sete di attenzioni femminili che ha rimosso dalla coscienza per poter vivere serenamente, ed ha confinato nell'inconscio. E come succede a tutti, l'inconscio gli prende la mano: ogni occhiata dolce, ogni intonazione affettuosa, ogni sorriso, ogni segno di stima dato da una donna a Davide, per ciò stesso non viene dato a lui; e lui è un combattente e combatte: sebbene la sua sete non possa esser placata da un sorso d'acqua, non può nemmeno permettergli di perdere un solo un sorso d'acqua senza aver lottato con cattiveria per prenderselo.
Anche se William è un ex militare di carriera, appartenete cioè a quella categoria di persone che non ammettono di avere una sfera mentale inconscia, perché un militare professionista non può accettare di “non essere padrone in casa sua”, anche lui è un uomo come gli altri, dotato dunque di un inconscio; e l'inconscio lo frega, come succede a tutte le persone che non si siano sottoposte ad un addestramento psicoanalitico profondo e duraturo. Dovrebbe dunque il Boe “andare in analisi”? No di certo, perché non ha più l'età per trarre dei benefici da una terapia di questo tipo. Io sono un patito della psicoanalisi, l'ho studiata e coltivata a lungo con passione, ma anche se  il nostro eroe fosse giovane, non credo che gli consiglierei questo rimedio per certi suoi difetti. Perché il Boe è sano e vitale, ha un equilibrio di fondo integro ad onta delle terribili difficoltà, sofferenze e tempeste che ha dovuto affrontare, ha tutte le funzioni vitali che funzionano bene, è capace di una vita costruttiva e all'insegna della allegria. Non mi pare giusto chiedergli di sottoporsi ad una forma di stress e di violenza quale è pur sempre l'analisi, ovvero di andare a rompere delle sinapsi mentali. Il massimo che un amico potrebbe fare per lui, sarebbe insegnargli a prendere nota di certi suoi difetti di comportamento, e, qualche volta almeno, a chiedere scusa.
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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Lun Nov 26, 2018 12:02 pm

UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ (TREDICESIMO ED ULTIMO CAPITOLO)

Nella prima parte del racconto abbiamo contemplato i pregi del protagonista, nella seconda parte i difetti. Questi ultimi sono parsi scabrosi, come sembravano esagerate le qualità (per ambo i casi, si è forse esagerato un poco...). V'è da ricordare però che la componente negativa di William emerge di rado, rispetto ai tratti di grandezza: meno di una volta ogni dieci comportamenti impegnati. Dato che il redattore di queste note non è uno scrittore vero, sono rimasti fuori dalla trama alcuni succosi dettagli di realtà, laterali rispetto allo svolgimento del tema. Per esempio, non si è detto di quando l'eroe scorse dalla finestra della sua casa un ladro di biciclette che tentava di forzare la serratura del suo velocipede parcheggiato all'esterno. William scese in strada più veloce di un gatto e... non sappiamo se il malvivente fu ancora vivo, dopo la prolungata, violentissima sequenza di pugni che lo lasciò tramortito al suolo. Anche un peso massimo professionista avrebbe sentito la potenza di quei cazzotti. William non ha avuto giocattoli da piccolo: prova ad insidiargli quel poco che possiede da grande, come la sua bici, il suo computer, il suo telefonino o la sua automobile... ti garantisco che rischi la vita! Non vi ho detto nemmeno di quando gli confidai che avevo un appuntamento galante con una signora. La sua risposta letterale fu: “MI RACCOMANDO, FALLA NERA!!!”. Non mi offesi, non lo rimbeccai, non lo criticai mai per quella frase, perché sentii che era intrisa di affetto e solidarietà per me: io ritengo che nulla al mondo valga l'amore, nemmeno la dignità. D'altra parte il Boe non è di certo l'unico ufficiale-gentiluomo della sua generazione che sa essere soave con una donna in fase di corteggiamento, e la fa sentire una regina; ma che quando questa dama è assente e si allude a lei fra amici, ne parla come di di una merce. Vi ho detto che in quel momento lo sentii tutto dalla mia parte mentre altre volte, in riferimento alle “prede” femminili, era scattato in lui il meccanismo della competizione; ma questa duplicità non è contraddizione, perché l'eroe possiede due logiche e due registri di comportamento distinti: una donna disponibile ad essere corteggiata, se è presente al cospetto suo e di altri, deve essere soltanto sua; ma quando lui non è sulla scena, sta tutto dalla parte dell'amico impegnato in una conquista, perché è generoso e vuole bene agli amici. Un altro dei particolari gustosi della sua vita recente, che non sono riuscito a raccontarvi, capitò quando cercava una casa per sé ed io lo accompagnai da una signora mia conoscente che voleva vendere la propria abitazione. La signora in questione ci accolse con la figlia con cui conviveva, e per ricevere le prime informazioni permanemmo in colloquio in piedi. Non esserci seduti andò a vantaggio del Boe: così alto, con la postura diritta senza nessuna sporgenza né alcun cedimento del corpo, William fece una gran figura sulle due donne; in aggiunta, seppe tirar fuori i suoi migliori sorrisi ed i suoi ammiccamenti cortesi, educati ma geniali. Io osservavo la scena lateralmente, mentre William discuteva di cose tecniche con la padrona di casa: la figlia di questa lo guardava ammaliata, come in trans, e pendeva dalle sue labbra. Non sfuggì al nostro, di essere adorato da quella ragazza. Cosicché, anche se la prima informativa ricevuta riguardo all'appartamento in vendita era stata deludente, l'eroe simulò un perdurante interesse per quell'affare, e volle ulteriori trattative su dei dettagli, per poter tornare più volte in quella casa, nella quale veniva accolto come un dio. Ad un certo punto la proprietaria capì che quel raffinato puttaniere pieno di classe puntava a farsi un'avventura con sua figlia, e non gliela fece più incontrare; il Boe, intuendosi scoperto e vista vana la speranza di rincontrare la donna giovane (che lui voleva semplicemente portarsi a letto), cessò il gioco delle trattative fasulle e smise di chiedere appuntamenti. Convenimmo, che la signora anziana aveva inteso proteggere la figlia dalle grinfie di un puttaniere smaliziato ed affascinante. Ma il tempo ci avrebbe poi corretti, e rivelato come stavano realmente le cose: quella madre non era gelosa della propria figlia e della integrità di lei, ma era gelosa di William Boe, perché lo voleva tutto per sé!! L'ultimo particolare rimasto fuori dalla narrazione, non vi poteva essere incluso in alcun modo, perché risale a poco tempo prima del momento attuale. Pochi giorni fa, io ho telefonato al Boe per trasmettergli delle informazioni per lui importanti, e non sapevo come mi avrebbe accolto, perché ho l'evidenza che sta leggendo queste note, che vado pubblicando. Temevo che potesse essersi offeso, ma mi ha fatto una accoglienza splendida. E' un uomo superiore, nel bene come nel male: consiglierei inoltre a tutti di fare una telefonata a William, perché da come lui risponde al telefono tutti abbiamo qualcosa da imparare. Le chiamate telefoniche che vengono a lui dirette dovrebbero essere registrate, ad uso delle lezioni di educazione civica nella scuola dell'obbligo. Se non ti conosce, o non ti ha riconosciuto, ti saluta con incredibile garbo, affabilità, mettendoti subito a tuo agio e facendoti sentire un visitatore gradito. Lungi da lui un sospettoso “pronto, chi parla?”, come tutti usiamo; ma piuttosto un dolcissimo e immediato “buonasera” che ti fa percepire di essere benvoluto come visitatore. Non potendo sfoderare il sorriso per telefono, perché di rado si tratta di video-chiamate, l'eroe lo traspone nella formula verbale e nel tono della voce. E qui non è grande, ma grandissimo. La serenità di un'epoca antica, evidente in antiche sculture come i Bronzi di Riace, appare del tutto perduta nella nevrotica Italia di oggi; venendo a vivere alle Canarie si scopre con sorpresa come un atteggiamento quotidiano sereno, non greve e non nevrotico, sia ancora praticabile dalle persone... ma è solo incontrando William Boe che sperimenti come il fascino degli atteggiamenti della età classica si ancora possibile oggi, in tutta la sua intensità: grazie al sorriso di William, e grazie alle telefonate con lui. Nessuna ombra di diffidenza nell'accogliere dialogicamente gli sconosciuti... se pensiamo che questa apertura agli altri, calorosa, dolce, cordialissima ed accogliente, promana da uno che quando si apriva con fiducia alla vita, ricevette da questa la perdita di entrambi i genitori, le suore cattive, le bastonate... se non è eroismo questo...
Cari gentilissimi lettori che mi avete seguito fin qui. sarebbe ora il momento di lasciarci. Ma mi resterebbe un peso sulla coscienza, perché non vi ho raccontato il particolare più nobile dell'esistenza di William, tra tutti quelli che io ho potuto osservare. Non ve ne ho fatto parola perché è un momento troppo alto, che supera le mie capacità narrative, e finirei per banalizzarlo. Ma d'altra parte, non raccontando questo motivo farei torto alla grandezza del nostro personaggio ed alla nobiltà della sua sfortunata storia di vita. Come facciamo? Risolverò con una succinta confidenza, in luogo della narrazione. Dunque: accompagnai il Boe alla mia banca, per aiutarlo ad aprire un conto corrente. Quando la cortese impiegata della banca gli chiese un documento di identità, William estrasse dal portafogli una busta di plastica che conteneva la sua carta di identità; sul retro era inserita la foto di una bellissima donna. L'impiegata curiosa gli chiede “Quien es? Guapa!”, ed il Boe le spiega che si tratta di sua madre, morta di parto nel metterlo al mondo. Forse per rafforzare la propria identità, o forse per devozione, William porta sempre con sé, attaccata al documento di riconoscimento personale, l'immagine della donna che diede la vita per lui. Colei che anche gli trasmise l'enorme classe di cui lui dispone, nel bene e nel male. Una classe necessariamente nativa, ereditata, in quanto non può essere stata acquisita dalle bastonate delle suore degli anni cinquanta, né dal servizio militare in marina, in anni in cui questa esperienza era durissima.
Colei che gli regalò la sua dote migliore, unica al mondo... colei che gli donò la vita, perdendo la propria...
FINE

Postilla per una pantera cattiva:
Cara pantera, maliarda cattiva, trentenne tutta dedita ai trionfi nella vanità. Tu che hai un fisico da urlo ed una capacità seduttiva diabolica, tu che hai fatto soffrire e distrutto per divertimento tanti poveri uomini, alcuni dei quali erano sensibili e buoni... tu che mi hai letto fin qui solo per potermi schernire e compatire... se ti ho capita, credo che ti sia eccitata nel leggere del fascino irresistibile del mio personaggio, e che non vedi l'ora di incontrarlo per sedurlo e ridurlo in cenere, come hai fato con tanti uomini... Ma attenzione: Ulisse fu prudente quando affrontò la prova del canto delle sirene, facendosi prima legare ad un palo. Tu sei meno saggia, più presuntuosa, e credi di poter affrontare l'esposizione al sorriso di William senza alcuna precauzione. La tua fine come pantera è segnata. Stavolta ci lascerai, non dico il cuore perché non ce l'hai, ma di sicuro le mutandine. Imparerai che cosa significa essere posseduta, usata maschilisticamente e poi scartata. Non si sfida con tanta leggerezza William Boe. Il mio amico, l'eroe.

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Re: UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

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