UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

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UN EROE A PUERTO DE LA CRUZ

Messaggio  Admin il Ven Ago 03, 2018 11:02 pm

La vicenda umana che sto per narrarvi fa parte di un racconto, le cui prime due puntate furono pubblicate nel periodico “Leggo Tenerife”: https://www.leggotenerife.com/24927/un-eroe-puerto-de-la-cruz/  e  https: http://www.leggotenerife.com/25548/un-eroe-puerto-de-la-cruz-seconda-parte/  Qui a seguire, la terza parte:
“Facciamo un passo indietro: prima che lo conoscessi di persona ero stato informato che non sapeva neanche una parola di lingua spagnola, e ciononostante si era avventurato a venire a Tenerife da solo. Quando prendemmo a frequentarci, mi disse che lui a Puerto de la Cruz parlava con tutti in italiano, perché non conosceva altre lingue: da giovane era stato assai bello, tutto dedito ad avventure con le donne, e non gli piaceva studiare; da anziano la voglia di farlo gli era ulteriormente calata, diminuendo le forze. Io rimasi allibito, e soffocai la mia indignazione perché avevo preso a volergli bene, e non volevo dunque indebolirlo, facendolo vergognare di essere venuto all'estero in queste condizioni. Ma dovetti lottare contro me stesso e contro la mia carica di passionalità, per amor suo. Infatti è autentico in me il disprezzo per il comportamento di chi pretende d'essere capito nella propria lingua, in casa d'altri: quando prestavo servizio nelle sale di una importante pinacoteca, condividevo l'irritazione di una mia collega, che pure era laureata in lingue
e molto esperta nell'inglese parlato, la quale si indignava se i visitatori stranieri la approcciavano con un “good morning”. Perché eravamo in Italia, e devi sempre rispettare chi ti sta ospitando, ovvero tentare di esprimerti nel suo idioma... Io prima di venire a Tenerife mi ero sottoposto ad un faticoso apprendimento dello spagnolo, che mi era costato soldi ed energie nervose: poche imprese sono mentalmente faticose come imparare una lingua straniera ad una certa età. Nei social network avevo spesso polemizzato aspramente con quelli che non si preparano prima di trasferirsi all'estero, giudicandoli cafoni; una volta giunto a Tenerife, non avevo mai nascosto il mio fastidio per quanti si rivolgono in italiano al povero interlocutore canario, nei bar e nei negozi; e per quelli che per strada chiedono informazioni usando la propria lingua: se scomodi uno sconosciuto, io mi dicevo, non hai il diritto di disturbarlo due volte: prima per farti insegnare qualcosa, e poi per farti capire in una lingua diversa dalla sua. Quando vidi in azione il Boe che interloquiva con gli indigeni, per strada e nei negozi, la mia rabbia aumentò, tingendosi anche di invidia. Questo, lo spettacolo che mi si offriva: il Boe fa una domanda ad un canario, esprimendosi tranquillamente in italiano. Il canario non risponde e mostra di non aver capito, con aria giustamente seccata. Io, timido ed insicuro come sono, comincerei a stare male, al posto del mio amico. Questi invece, imperterrito e con una incredibile faccia da cacchio, ripete la stessa frase in italiano. L'interlocutore appare confuso, ed ancor più infastidito. Io a questo punto comincerei a desiderare soltanto un gabinetto per un accesso di colite, e cercherei di svicolare. Che fa invece il Boe? Triplica la “faccia da Kazzo”, condita con un sorriso ineffabile, e ripete di nuovo la stessa frase in italiano. Ed a quel punto l'interlocutore cede e gli risponde, facendosi pure capire. Sconosciuti passanti offrono caramelle, pasticcini, cioccolatini al Boe. L'asfalto della strada si piega, la pianura diventa discesa, o la salita si fa meno ripida.... Potenza della sicurezza o sicumera di questo individuo e del suo ineffabile sorriso (un sorriso vincente, un sorriso “metafisico” su cui torneremo: un sorriso che piega la realtà, finanche quella materiale). Una sola cilecca fece il Boe nel suo approccio dialogico alla popolazione di Tenerife, e me la raccontò lui stesso, perché non ero stato presente. V'è da riferire che fin dal secondo giorno della sua permanenza al Puerto, aveva cominciato a cercare un coro nel quale cantare, dato che in Italia era stato un valoroso baritono nel coro degli Alpini (per inciso: io al suo posto avrei vissuto totalmente sulla difensiva, trovandomi in terra straniera da solo e senza conoscere la lingua del luogo e nemmeno l'inglese: in qualunque momento infatti avrei potuto finire in situazioni ingestibili. A tutto avrei pensato fuorché ad esibirmi nel canto, e in una lingua che non parlavo nemmeno. Ma delle due, l'una: o è fuori di testa lui o lo sono io, questo pensai allora). Volendo trovare un coro, il Boe non sa da che parte iniziare le sue ricerche. Non ha ancora l'uso del computer, come si era detto nella prima puntata. Il nostro sceglie dunque di recarsi nella chiesa più grande del Puerto, la basilica di Santa Maria de la Peina de Francia. Davanti all'altare trova due sacerdoti anziani, che non rispondono nemmeno alle sue domande formulate in italiano, e “non lo cagano” minimamente. “Quei due stronzi!” dirà a me l'amico William. Io che vado a Messa in quella Chiesa ed ho sentito diverse omelie di entrambi quei preti, so che non sono affatto due stronzi. Ma prova a far capire ad un soggettivista come il Boe, incapace di vedersi con gli occhi di un altro, prova a fargli capire che cosa devono aver pensato quei due poveri preti nel vedere un tizio che entra in chiesa senza farsi il segno della Croce, punta i sacerdoti, parla loro in italiano e chiede dove può trovare un coro per esibirsi. Lo avranno giudicato un pazzo, come capita pure a me quando non sono sotto l'effetto ipnotico del suo sorriso...
(Continua)    

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