Il dramma del PD agli occhi di un italiota

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Il dramma del PD agli occhi di un italiota

Messaggio  italiota il Dom Giu 23, 2013 5:41 pm


Sembra che la Provvidenza, come recita un noto proverbio, ci abbia elargito il frutto da noi preferito quando non possiamo più assaporarlo, e quando lo stesso frutto è fuori stagione, e dunque assai meno saporito, e sa di “falso”. Da giovani eravamo affascinati dal comunismo, ma non riuscivamo ad aderirvi (si veda http://vivaibidelli.forumattivo.com/t554-un-vecchietto-in-rivolta ), e non volevamo rinunciare ai valori ed ai motivi di un cattolicesimo coerente. Una miscela politica delle due forme culturali in questione, che avesse fatto perdere al comunismo i tratti dogmatici, ed avesse allargato le aperture del mondo cattolico sui temi etici, era il nostro sogno. Non ci rendevamo conto che la reciproca disponibilità di due giganti della storia politica recente, quali Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, e la loro ispirazione di convergere nel “compromesso storico”, erano il massimo traguardo possibile in Italia, per un incontro fra il socialismo laico ed il mondo cattolico. Questo attuale convincimento, appare contraddittorio e dissonante non solo con le nostre speranze di ieri, ma anche con alcuni modelli culturali e politici che tuttora esterniamo con orgoglio. Abbiamo infatti testimoniato a più riprese, anche nel presente forum, la nostra devozione per il compianto Bob Kennedy. Ora, Bob militò nel partito democratico americano, ovvero in un partito che realizza in America quella armoniosa convivenza in uno stesso raggruppamento politico, di anime diverse (cosa che da noi non è riuscita); e, pur essendo egli un cattolico intransigente sui propri principi nell'ambito della propria vita, seppe mantenere un rapporto di apertura e di rispetto totalmente democratico verso la sinistra più radicale, quella dei diritti civili e del successivo sostegno a George Mc Govern. Walter Veltroni ha forse più difetti che pregi come uomo politico, ma uno dei suoi tratti positivi è quello di ispirarsi a Bob Kennedy. Questo egli dichiara; e non a caso Veltroni fu uno dei padri fondatori del PD, un partito che avrebbe dovuto imitare l'omonima compagine politica statunitense.
Sono tutti in buona fede, i fondatori del nostro PD: non solo Veltroni, ma anche Romano Prodi, Rosy Bindi, Dario Franceschini. E tutti hanno dato un esempio personale di “kennedismo”. Per chiarire il senso di questo assunto, richiameremo dapprima l'operato del modello, o maestro involontario, e poi quello dei suoi seguaci e allievi. Il mitico Bob, quando era l'astro nascente nel suo partito, dovette affrontare anche lo spinoso tema sociale del controllo delle nascite, e lasciò serenamente che la maggioranza non cattolica del suo partito prendesse il sopravvento, rispettandone democraticamente la volontà e la propulsione. Sommessamente, in disparte, ma con convinzione piena, si limitò ad affermare: “Il mio punto di vista sul controllo delle nascite è leggermente distorto dal fatto di essere il settimo di nove fratelli”.
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Re: Il dramma del PD agli occhi di un italiota

Messaggio  Admin il Ven Giu 28, 2013 11:04 pm

Continua:
Quel rispetto democratico incondizionato nei confronti dell'avversario (un rispetto che si nutre per la Democrazia come valore, non come strumento), quel rispetto di cui Robert Kennedy è solo uno dei tanti esempi possibili in America, quel rispetto la cui mancanza costò tanto cara a Richard Nixon, quel rispetto che caratterizza quasi sempre la competizione politica statunitense, ispirò e connotò certamente i padri fondatori del PD menzionati nel post precedente: fu un tratto distintivo di Walter Veltroni, di Romano Prodi, di Rosy Bindi, di Dario Franceschini. Veltroni fu il leader del centro-sinistra che “sdoganò” Silvio Berlusconi come rispettabile avversario politico, citandolo sempre asetticamente come “il leader dell'opposizione”, ovvero interrompendo la prassi, lo stile di contrapporsi a lui come ad un nemico, come ad un delinquente o ad un indemoniato; Romano Prodi riuscì a governare assemblando una parte dell'antico centro democristiano con Bertinotti e Diliberto, ed intrattenendo con questi ultimi, che erano suoi antichi avversari ideologici, un rapporto di reciproco riconoscimento, un rispetto che impose a tutta la compagine governativa; le prove di equilibrio e spirito democratico date da Rosy Bindi sono state nel tempo innumerevoli, e l'ultima è assai recente: quando ha scelto di pronunciarsi contro il matrimonio-gay, la Bindi lo ha fatto sommessamente, quasi scusandosi di non poter offrire niente di più che un riconoscimento giuridico delle coppie di fatto omosessuali, e si è pronunciata in tal modo, appellandosi alla costituzione anziché a laceranti valori o categorie metafisiche; Dario Franceschini ha governato il partito democratico  nei mesi successivi alle dimissioni di Walter Veltroni, e ha dato prove luminose di democrazia “spirituale”: quando nel partito si aprì il dibattito su scottanti temi etici, sui quali il magistero della chiesa cattolica non ammette mediazioni, seppe lasciar prevalere con democraticità piena, sulle orme di Bob Kennedy, la posizione laicista cara alla maggioranza, maggioranza di origine vetero comunista e socialdemocratica laica: la dice lunga Il fatto che al momento di candidarsi alle primarie Franceschini abbia avuto il convinto appoggio di personaggi non cattolici del calibro di Cofferati, Treu, Fasssino, Melandri, Minniti, Serracchiani, Rita Borsellino.
Ora, con simili campioni di democrazia alla testa del partito, come può essere successo che questo organismo di recente sia entrato in crisi, si sia quasi lacerato, sia andato vicinissimo alla scissione fra la componente cattolica ex democristiana e la componente laica ex pidiessina?
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Re: Il dramma del PD agli occhi di un italiota

Messaggio  Admin il Mar Lug 02, 2013 7:11 pm

Continua:
La storia di Romolo e Remo, è soltanto un mito? Ed il mito, è solo favola? Carl Gustav Jung non la pensa affatto così: egli ritiene che la produzione dei miti attinga ad un'unica matrice metafisica che genererebbe tanto il pensiero collettivo, quanto la storia dell'uomo. E questa sua concezione pare confermata da concordanze impressionanti. Una di queste è la concordanza che intercorre fra una lotta fratricida, con esito cruento, dalla quale la mitologia fa derivare gli antenati del nostro popolo, ed il successivo destino dello stesso popolo al quale apparteniamo. Un popolo che ha sempre avuto una caratteristica costante quale dinamica interna: quella di dividersi in due fazioni rivali, in acerrima contesa fra loro. Un importante formatore di opinione, un giornalista liberale di nome Augusto Guerriero, più noto come Ricciardetto, era molto seguito negli anni '60. A me non piaceva affatto, ed ancor meno mi andrebbe a genio oggi, ma ricordo ancora certe sue sentenze lapidarie molto efficaci, che si scolpivano nella memoria dei lettori. Una di queste suonava più o meno così: “E' una sventura appartenere ad un popolo come il nostro, tanto amante della guerra civile...” . Forse esagerava, ma anche senza considerare la tragedia della guerra civile vera e propria, che l'Italia pure ha conosciuto, la divisione in due blocchi contrapposti e reciprocamente intolleranti ha riguardato nei secoli tutti i campi dell'esperienza collettiva, dai nostri antenati fino a noi: Bianchi e Neri, Guelfi e Ghibellini............ fascisti ed anti, monarchici e repubblicani, comunisti ed anti, beatnik e borghesi, divorzisti e anti, abortisti e anti, femministe ed anti, craxiani ed anti, berlusconiani ed anti, grillini ed anti... questa tendenza a “giocare” ai “due poli” si rivela anche nella carica di passionalità, ripartita costantemente fra due opposti oggetti d'amore, della quale la nostra gente investe gli interessi culturali, ed anche quelli di mera evasione:  Verdi o Wagner, Bartali o Coppi, Benvenuti o Mazzinghi, canzone all'italiana o “urlatori”, Mina o Milva, musica beat o tradizionale, Renato Zero o benpensanti, Vasco Rossi o benpensanti... Dopo l'introduzione del sistema politico maggioritario in Italia, qualche sociologo rilevò che il suddetto criterio, se nelle previsioni dei suoi fondatori avrebbe dovuto riguardare soltanto il comportamento dei cittadini alle urne, aveva in realtà diviso non poche famiglie italiane, acuendo la naturale tendenza interna al nostro popolo, a contrapporsi in modo irriducibile, senza possibilità di mediazione, dopo essersi schierati  nell'uno o nell'altro tra due campi di militanza passionale. Oltre ai sociologi, non mi risulta che altri studiosi di scienze umane abbiano trattato questo tema, e soprattutto lo abbiano assunto come intrinseco motivo di indagine. Questo carattere della società italiana appare talmente strutturale e fondante (una costante per così dire “metastorica”), da travalicare il limite di discipline pur aperte e generose come la sociologia e la psicologia sociale: solo l'antropologia forse potrebbe rivendicare per sé la piena titolarità a farne oggetto tematico.
Questo tratto, questa dinamica interna del popolo italiano, appare una costante indistruttibile, che resiste al tempo e ad ogni cambiamento: se è vero che il sistema economico e le condizioni di vita, ma soprattutto i media, hanno quasi azzerato le peculiarità della nostra gente ed omologato il suo pensiero e comportamento, rendendo gli italiani sempre più simili ad “americani poveri”, è anche vero che questo tratto e tendenza comportamentale, la “tendenza alla guerra civile”, resiste beffardo ad ogni omologazione culturale: nel bene o nel male, continua a distinguere e caratterizzare gli italiani. Ed è questo che Veltroni e gli altri fondatori del PD non hanno capito, come tratteremo più avanti...  
(Continua)        
 


Ultima modifica di Admin il Mar Ago 13, 2013 12:36 pm, modificato 1 volta

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Re: Il dramma del PD agli occhi di un italiota

Messaggio  italiota il Ven Lug 05, 2013 10:57 pm

Continua:
Questo tratto costitutivo del popolo italiano, che è stato definito come “tendenza alla guerra civile” era ben presente al grande Enrico Berlinguer. Questi, durante il durissimo sciopero dell’80 alla FIAT, durato 35 giorni, aveva dovuto fare una scelta fra le due differenti anime che il suo partito incarnava: quella per così dire massimalista, che predicava l’alternativa al capitalismo e la fuoriuscita da questo sistema, e quella per così dire “socialdemocratica”, che voleva la massima affermazione del partito e della classe che questo rappresentava senza abbattere il sistema. Ed aveva scelto la prima delle due diverse ispirazioni, come è testimoniato dal suo celebre e contestato discorso di appoggio all’occupazione della FIAT. Questa opzione politica, che definire “drammaticamente impegnativa” è dire troppo poco, fu assai osteggiata dietro le quinte, nell'apparato del partito, ed ancor più fu criticata in seguito, dopo la morte di Berlinguer, da uomini politici illuminati come Luciano Lama. Di certo, la scelta di Berlinguer  di presentare il PCI come forza radicalmente diversa, l'unica vera forza di sinistra, l'unico partito dei puri e dei virtuosi contro gli immorali, fu una scelta che aveva come prezzo l'isolamento e come condizione il volontarismo in luogo della strategia politica. Fu una scelta politicamente suicida, come la storia avrebbe dimostrato, dando apparentemente ragione ai critici illuminati di Berlinguer. Ma non a caso, per uno di quei paradossi di cui la storia d’Italia è piena, lo “scarto” improvviso che Enrico Berlinguer impresse alla politica del suo partito produsse contemporaneamente: il massimo isolamento del Pci (giustamente lamentato da Lama), ed il massimo splendore dell’immagine del suo segretario, celebrato in vita e post-mortem da un nutrito stuolo di agiografi. Perché i critici del Segretario non avevano capito, una cosa che invece Berlinguer, pur senza politicismi ma con intuizione pura congiunta ad un puro ideale, aveva profondamente colto: facendo diversamente la fine sarebbe stata ancora più inevitabile, e più ingloriosa, come è oggi l'agonia del PD.
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Re: Il dramma del PD agli occhi di un italiota

Messaggio  italiota il Lun Lug 08, 2013 10:09 pm

Continua:
Copio ed incollo a seguire un brano di un vecchio post, che fu pubblicato nella sezione dei temi sindacali di questo forum, con il titolo “ la fine di Gianfranco”, e che la redazione scelse in seguito di rimuovere:

“Ti ricordi, Davide, di quell’alto prelato, nostro comune amico, che era un grande intenditore di politica e di psicologia delle masse ? Ti ricordi di quando finì il PCI e nacque il PDS ? Ti ricordi noi due come eravamo eccitati quando confluimmo in questo nuovo partito, assieme ai Cristiano Sociali di Pierre Carniti ? Finalmente un socialismo come piace a noi, dicevamo, un socialismo forte, aperto al mondo d’oggi e NON MARXISTA-LENINISTA ! Ti ricordi la soddisfazione anche nostra, dopo il primo test elettorale, quando si vide che la nuova forza teneva, che un certo “zoccolo duro” dell’ex PCI non si frantumava, che la base del vecchio PCI aveva accettato e metabolizzato il cambiamento, e su quella base, su quella forza si sarebbe potuta fondare una nuova grande espansione ? Per un socialismo finalmente ANCHE NOSTRO ? Ti ricordi dunque quel sacerdote che aveva fatto la Resistenza come ci sconcertò con la sua profezia: “Questa elezione è stata un trionfo, ma sono finiti (gli ex comunisti)"?

Sono FINITI, perché il comunismo in Italia non era un fatto legato all’ideologia, il marxismo-leninismo come sistema di pensiero lo conoscevano bene pochissimi elettori e militanti del vecchio PCI. Il comunismo in Italia non era legato nemmeno alla povertà, né tanto meno alla miseria: è provato infatti da indagini sociologiche, che gli strati sociali meno abbienti non erano clientela politica né sostenitori del PCI. Il comunismo in Italia era un fatto prettamente emotivo.
Il tempo ci dimostrò che la previsione dell'amico prete era azzeccata, e con il tempo ne capimmo il senso. Il comunismo era stato un fatto emotivo, in quanto legato alla continua lotta contro un nemico odiato, l’anti-comunismo, l’altro-da-noi. Venendo meno l’antagonista irriducibile (perché non più vissuto come tale), veniva meno la motivazione dell’essere-compagni.
Questo tratto emotivo del popolo italiano era chiaro a Berlinguer ma non a tutti i vecchi leader dell'antico PCI: il popolo vuole una contrapposizione totale e frontale, tra “noi buoni e puri” e “gli altri cattivi e corrotti”. Quando una forza politica che ha cavalcato la tesi della integrità assoluta contro la altrettanto assoluta immoralità, cambia e riconosce la legittimità morale dell'avversario; quando subentrano la mediazione ed il dialogo in luogo della irriducibile alterità e contrapposizione, la forza di cui sopra è destinata in Italia all'indebolimento fino a perdere ogni rilevanza. Questo capì o intuì Berlinguer; questo, mutatis mutandis, ha capito Berlusconi; questo ha capito perfettamente Beppe Grillo. Coloro che rinfacciano a quest'ultimo di non essersi accordato con il PD per garantire al paese un governo diverso da quello attuale, e di aver fatto in tal modo una scelta suicida, una scelta che sta pagando in termini di consenso popolare, non si sono mai chiesti che cosa sarebbe successo in caso contrario, oppure non hanno saputo rispondere a questa domanda. Noi, ci picchiamo di saper rispondere: se il “Movimento 5 stelle” si fosse alleato con il PD, avrebbe pagato un prezzo assai più alto di quello che sta pagando. Avrebbe incrinato, e quindi frantumato, lo zoccolo duro della sua base. Una base popolare italiana che vuole ancora una volta qualcosa che ricorda la lotta di classe, qualcosa che somiglia alla guerra civile.
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Re: Il dramma del PD agli occhi di un italiota

Messaggio  italiota il Dom Lug 14, 2013 9:56 pm


Continua:
La tendenza permanente degli Italiani a dividersi in due fazioni e a scontrarsi, è nota a tutti i politici di rango, che ne tengono conto. Ai tempi del “patto di San Valentino” e del referendum sulla scala mobile, questa propensione al conflitto caratterizzò totalmente il confronto fra le due posizioni in campo, mentre la questione avrebbe potuto essere concepita e vissuta con maggiore distacco emotivo. Seppero risvegliare e cavalcare la passione popolare Enrico Berlinguer prima ed Alessandro Natta poi, da una parte, e Pierre Carniti dall'altra. Quest'ultimo non era un politico nel senso stretto della parola, ma in senso lato lo era, e tra i più grandi (d'altra parte egli come leader sindacale, propugnava un modello culturale, sociale e politico di tipo socialdemocratico europeo: un modello nel quale le associazioni dei lavoratori intervengono a pieno titolo nelle questioni di politica economica) e seppe far leva nel modo più vantaggioso sul fenomeno emotivo fin qui ricordato. Carniti infatti si buttò nella mischia quando sembrava che buttasse molto male per la posizione del NO (ovvero mantenimento dell'accordo di Bettino Craxi con CISL e UIL per un esperimento di predeterminazione salariale dei punti di contingenza); come primo passo, scrisse una lettera a tutti gli iscritti della propria organizzazione, una missiva caldissima, in cui sosteneva che si poteva sperare di vincere, nonostante tutte le apparenze contrarie, si poteva credere in una vittoria perché “GRANDE E'... LA PASSIONE DELLA NOSTRA GENTE...”. Facendo leva su questa passione, ed accettando la sfida del PCI, che aveva voluto radicalizzare lo scontro, nonché investirlo di passionalità popolare... esasperando ulteriormente la competizione, Carniti riuscì a vincere la partita.
Amintore Fanfani fu un altro personaggio di grosso calibro politico che ebbe consapevolezza piena del tratto-dinamica-tendenza del nostro popolo che stiamo qui evocando. Ai tempi del referendum sul divorzio, scese in campo con tutto il suo peso per cavalcare la tigre del contrasto esasperato. Ma non sempre questo gioco riesce, non sempre porta l'esito desiderato. Fanfani riuscì soltanto a seminare odio e a dividere l'Italia in due fazioni irriducibilmente avverse: una ampiamente maggioritaria ed intollerante, e l'altra nettamente minoritaria ma incapace a sua volta di rispetto per gli avversari. La società italiana porta ancora le ferite dell'antico referendum sul divorzio, e deve ringraziare il politico che volle strappare la campagna elettorale per il SI' al moderato, democratico, civilissimo Gabrio Lombardi. E volle risvegliare la vocazione alla “guerra civile” del popolo italiano.
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Messaggio  italiota il Mer Lug 24, 2013 10:56 pm

Continua:
Pare certo che la sofferenza attuale del PD sia causata da un conflitto fra le due anime o componenti fondamentali: i cattolici reduci dalla Margherita e gli ex-DS (ex-ex-PDS). E' questa l'unica voce che circola, ed è ciò che dicono tutti i “sentiti dire” degni di fede; un dato che rimbalza come un'eco in twitter, e ricrea in quella sede telematica lo stesso conflitto; questo contrasto, a livello di base viene ulteriormente esasperato. Ma oltre alle “mormorazioni” ed alla “vox populi, vox dei”, il dato in questione è l'unica chiave interpretativa possibile della divisione emersa quando si è trattato di eleggere il presidente della repubblica. Gli ex democristiani non hanno voluto né Rodotà (per la sua posizione sui “diritti civili”), né Prodi (perché la sua nomina avrebbe significato una lacerazione forse irreversibile e definitiva con il centro-destra). Questa stessa chiave è l'unica che permette di decifrare l'astensione assai sofferta del partito, quando si è trattato di votare la mozione di SEL sulla limitazione negli ospedali del numero dei medici obiettori di coscienza, riguardo all'aborto.
Siamo sempre qui: ciò che in America riesce, la convivenza democratica di opzioni ideologiche differenti, e perfino antitetiche, all'interno di uno stesso partito, in Italia non riesce; e qui ritorneremo.
Giova fare un passo indietro: prima che nascesse il PD, la sua componente socialdemocratica laica era raggruppata nei DS, e prima ancora, nel PDS. Quest'ultima forza era nata con il concorso dei “Cristiano Sociali” di Carniti e Gorrieri, che furono tra i fondatori del nuovo partito.
Il PDS non conobbe mai alcuna tensione interna fra i suoi membri cattolici, reduci dal movimento-partito dei cristiano-sociali, ed i socialdemocratici laici, ex comunisti. E' dunque ineludibile il quesito: perché ieri sì ed oggi no? Perché ieri i cattolici andavano d'accordo con i reduci del PCI ed oggi non più?
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Messaggio  Admin il Mar Ago 13, 2013 12:51 pm

italiota ha scritto:Continua:
I cattolici impegnati in politica possono essere divisi in diverse categorie, secondo svariati parametri o criteri. Al fine della nostra analisi, serve ripartirli in due sole correnti: coloro che  professano la “assoluta laicità della politica”, e quelli che interpretano le scelte di schieramento come promananti dalla dottrina della fede; secondo questi ultimi, la seconda deve generare le prime in un modo univoco, unitario ed unificante, riconoscibile dall'esterno, e valido come testimonianza. I primi vivono la loro fede come pulsione e dramma di coscienza: ad essa pure si ispirano per le scelte politiche, ma considerano queste ultime come terreno di incontro degli “uomini di buona volontà” piuttosto che dei cristiani in quanto tali. I secondi fanno della propria fede ed appartenenza ecclesiale una bandiera per distinguersi dagli altri, per “essere chiesa anche in politica”. Appartengono alla prima categoria raggruppamenti come il “Movimento Politico dei Lavoratori”, piccolo partito che fu attivo negli anni caldi della contestazione e cessò di esistere dopo le elezioni del 1972; e come i “Cristiano Sociali “, più volte ricordati, che si dissolsero confluendo nel PDS, quando nacque questo partito. Alcune luminose figure individuali, del passato e del presente, che crediamo di poter collocare in quest' ”area” o corrente di pensiero, sono Padre David Maria Turoldo, Livio Labor, Pierre Carniti, Ermanno Gorrieri, Don Lorenzo Milani, Don Andrea Gallo, Don Luigi Ciotti (forse), Don Enzo Mazzi. Appartengono invece al secondo versante dei cattolici impegnati in politica, quasi tutti gli esponenti di spicco della vecchia Democrazia Cristiana, compresi i compianti Alcide De Gasperi ed Aldo Moro, e tutti gli aderenti alle formazioni di centro-destra sorte dalle ceneri della DC. Pier Ferdinando Casini e Rocco Buttiglione rappresentano nel più efficace dei modi questa ispirazione.
Delle due tipologie di cristiani impegnati nella cosa pubblica, che abbiamo rozzamente cercato di definire, la prima, si diceva, predica e pratica la assoluta laicità della politica, l'unità alla pari  tra cristiani e non credenti, purché questi abbiano gli stessi intendimenti politici e sociali, ovvero idealità e programmi di tipo socialista. “NON CRISTIANI CON CRISTIANI, MA OPERAI CON OPERAI (se poi qualcuno dei lavoratori laici, nostri compagni di lotta, vuol aderire pure al cristianesimo, ben venga...)!” questo era lo slogan del Movimento Politico dei Lavoratori, che ne simboleggiava lo spirito.
Queste “frange del mondo cattolico” possiamo così definirle, perché sono numericamente una ridotta minoranza rispetto alla maggior parte dei cattolici impegnati politicamente, i quali da sempre militano e si raggruppano nei partiti moderati. Questi cattolici sono abituati a vivere la propria fede come se fosse una bandiera, qualcosa da sventolare all'esterno con orgoglio e dalla quale ricevere una compattezza sociale ed una identità collettiva.
Ma che cos'è una bandiera? E' un drappo carico di significati simbolici: quelli prevalenti rimandano a guerre e battaglie contro un nemico, oppure a competizioni contro un avversario sportivo (guerre o competizioni vinte, oppure da vincere, oppure da celebrare in quanto vinte).
La bandiera perderebbe quasi tutto il suo senso, e tutto il suo fascino, se non ci fosse un altro-da-noi sul quale prevalere. Anticamente i cattolici italiani dovettero fronteggiare la bandiera rossa, dalla quale si sentivano minacciati durante la guerra fredda, tempo in cui l'Italia era il fronte mondiale del contrasto ideologico più esasperato. Per contrapporsi al comunismo che pareva una minaccia di oppressione, i cattolici italiani, in nettissima maggioranza, trasformarono la loro fede, da fatto interiore (e tutt'al più, precettistica morale da osservare), in bandiera da sventolare. La bandiera rossa ad un certo punto fu ammainata, ma i cattolici-in-politica di cui trattiamo non ci pensarono nemmeno ad ammainare anche loro la propria bandiera, a ritradurre la loro fede in fatto di coscienza. Parve loro di essere generosi o perfino eroici se davano credito di buona fede ai “comunisti pentiti”, se li accoglievano in imprese di collaborazione alla pari. Ma ad ammainare la bandiera i cattolici di cui trattiamo non ci pensarono affatto, per il semplice motivo che dopo due generazioni di militanza, la "fede = bandiera" era diventata una abitudine, un automatismo, un riflesso condizionato (l'uomo, ci insegnò John Dewey, è creatura non dell'istinto né della ragione, è creatura dell'abitudine). Il riflesso condizionato in questione scatta senza che la ragione e la volontà possano controllarlo, ogni qualvolta si evochi la dimensione dei valori o delle opzioni etiche che distinguono i cristiani dal resto del mondo. I leaders fondatori del PD, attraverso un cammino di crescita interiore individuale hanno saputo superare e dismettere l'abito dei riflessi condizionati, pro o contra il cristianesimo bigotto e intollerante, ma hanno peccato di ingenuità. Hanno attribuito infatti la loro stessa maturità a tutto il popolo italiano, o quanto meno alla classe politica “illuminata”, a quella classe che loro stessi avevano creato e convinto a seguirli nella fondazione di un soggetto politico nuovo. I risultati sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti. Il partito non regge, la sua unità va in crisi quando sopraggiunge uno stimolo che attiva i riflessi condizionati di cui si diceva, quando un input ordina al braccio di alzare la bandiera ed agitarla. Sopravviverà il PD alla crisi attuale? Non lo crediamo, perché si sono create delle crepe tali, che ai prossimi urti non potranno non rompere il vaso. Il Pd è nato dall'incoscienza, e per questo non potrà sopravvivere. Consentite ad un povero italiota di esternare le sue percezioni ed i suoi sentimenti, e di gridare, come uomo della strada: “QUI SI PERDE UN CAPITALE POLITICO ED UNA SPERANZA PER I CETI PiU' DEBOLI. E' COLPA DI WALTER VELTRONI, INTELLETTUALE E SOGNATORE ASTRATTO, CHE HA SEMINATO E COLTIVATO MALE. SIA BIASIMATO VELTRONI!”.  
   

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