La fine di Berlusconi: un punto di vista di psicologia sociale.

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La fine di Berlusconi: un punto di vista di psicologia sociale.

Messaggio  italiota il Gio Mag 19, 2011 10:36 pm

Dopo le ultime elezioni amministrative, siamo in molti a credere che il berlusconismo sia finito, che il vento sia cambiato in via definitiva e presto soffierà più forte e travolgente. Ma eravamo assai in pochi a prevedere questo risultato qualche anno fa, quando il prode cavaliere era ancora rampante e vincente, ed appariva un dominatore invincibile della nostra scena politica. Io fui fra quei pochi, vi sono i testimoni delle mie affermazioni di allora. La mia previsione si fondava su di una legge di psicologia sociale, che io avevo appreso quand’ ero ancora un giovane studente. Andiamo con ordine: siamo in molti a credere, anche se non vi è ancora una indagine empirica che lo “dimostri”, che il consenso popolare di cui ha goduto Silvio Berlusconi si sia fondato sulla propaganda, che è stata anche persuasione di tipo subliminale (ovvero sulla possibilità di condizionare le coscienze dei cittadini-elettori tramite messaggi manipolatori dell’inconscio, somministrati per mezzo delle televisioni). Ancora oggi la conoscenza del campo dell’esperienza mentale pre-logica non è molto progredita, ma alcuni capisaldi cognitivi sono stati conquistati dai ricercatori e dagli studiosi. Per esempio, la possibilità del condizionamento di cui trattiamo non è illimitata, a differenza di quanto ritiene l’opinione pubblica, anche colta, dei non esperti. Se oggi si sa ancora poco di siffatti fenomeni, figuriamoci negli anni cinquanta! Eppure, fu nel 1955 che Salomon Asch, uno dei capiscuola della “psicologia della gestalt”, scrisse una pagina luminosa ed illuminante sulla propaganda, in conclusione del suo bel manuale di psicologia sociale, un libro che per qualche decennio ha fatto testo nelle università. Chi fosse interessato, può trovare oggi questo bellissimo libro: “Psicologia Sociale” di Salomon E. Asch, edito dalla Società Editrice Internazionale, forse soltanto presso i mercanti dell’usato e gli antiquari. Nel prossimo post trascriverò fedelmente la pagina inerente al nostro tema.
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Re: La fine di Berlusconi: un punto di vista di psicologia sociale.

Messaggio  italiota il Gio Mag 19, 2011 10:37 pm

Continua:
Ecco il notevole insegnamento, richiamato nel post precedente, che ci fu dato dal grande Salomon Asch nel 1955 (!):
“LIMITI DELLA PROPAGANDA.
Stando alla discussione che precede, potrebbe sembrare che gli effetti della propaganda di sfruttamento siano virtualmente illimitati e che si possano controllare a volontà sia le idee sia i sentimenti della gente. Per molte ragioni, però, tale conclusione non è giustificata. La propaganda ha dei seri limiti nelle sue possibilità di influenza. In primo luogo, essa getta le sue radicinelle condizioni reali e attuali. Per quanto possa sembrare un paradosso, bisogna dire che l’esistenza di una propaganda di massa è spesso un segno dello sviluppo del livello di consapevolezza. La propaganda è un fenomeno secondario: non pone i problemi e nemmeno le soluzioni; non crea il conflitto industriale o gli attriti di razza; non può fare entrare in sciopero gli operai se la loro situazione è buona. Essa è legata a certe condizioni.
Le zone entro alle quali la propaganda di sfruttamento è efficace sono limitate. La sua forza è massima quando la gente non può avere conoscenza diretta o possibilità di diretta osservazione. Nessun sistema potrà convincere la gente che sta benissimo quando essa muore di fame, o che il nemico è in rotta quando sta bombardando le loro case. Nelle loro preoccupazioni quotidiane, gli uomini trovano molto più facile mantenere un intelligente e stretto contatto coi fatti ed un senso del giusto e dell’ingiusto. In queste zone, la propaganda deve continuamente impegnarsi in una corsa con la verità; deve cercare costantemente di impedire che fatti dati per veri possano venire in conflitto con quelli che si possono controllare. Fin quando deforma la struttura delle condizioni, la propaganda corre sempre il pericolo di venire smentita e smascherata; il propagandista non può ignorare la massima secondo cui chi dice A deve dire B. E’ per questo che egli chiama in suo aiuto la censura (misura che ha essa stessa i suoi limiti). Nessun piano di propaganda sarà efficace se non terrà sempre presente il fatto che incontrerà resistenza, ogni qualvolta andrà contro alla testimonianza dell’esperienza di tutti i giorni. Come alcuni scrittori hanno recentemente affermato, la propaganda non può distruggere la possibilità di pensare e di porre degli interrogativi.
La presente discussione indurrebbe in errore se non facesse notare la parte che ha la forza fisica nell’appoggiare la propaganda. Molto di quanto si attribuisce agli effetti della propaganda, non è che un tributo alla efficacia del potere poliziesco che spesso l’accompagna. Uno è spesso l’ausiliario dell’ altra; la forza entra in gioco quando la persuasione non basta più e la persuasione viene invocata quando la forza non riesce. Poiché ambedue i fattori sono nelle mani dei medesimi poteri sociali, siamo spesso portati a sopravvalutare gli effetti della propaganda in se stessa e a sottovalutare la resistenza che le si oppone. Quando regna la paura della rappresaglia, il silenzio o l’approvazione esterna possono apparire come segni di consenso, per quanto rappresentino invece perfetto scetticismo o disillusione.
Dovrebbe essere infine chiaro come nelle pagine che precedono si è parlato di una particolare forma di propaganda, che s’impone in condizioni di paura, di dubbio e di sfiducia nelle istituzioni esistenti. Se si dovesse descrivere il comportamento di persone animate dalla speranza, le cui energie vengano incanalate in una direzione che permetta un’espansione della loro vita ed in favore di cause che esse considerino degne d’essere servite, ci troveremmo allora di fronte ad un aspetto del tutto diverso della realtà degli uomini e dei processi sociali. L’uomo, anche in gravissime difficoltà, può reagire positivamente a un’influenza propagandistica che tenti di sollevarlo con parole coraggiose ed energici provvedimenti, purché lo sorregga la speranza nel valore della vita e nella società”.
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Re: La fine di Berlusconi: un punto di vista di psicologia sociale.

Messaggio  italiota il Ven Mag 20, 2011 4:55 pm



Continua:

Con il passo riportato più sopra, e con altre sentenze disseminate lungo la trattazione più generale alla quale si è fatto riferimento, Salomon Asch ci insegna che la propaganda, per subdola che sia, non può reggere il confronto con l’esperienza diretta della realtà. Su questo assunto io basavo quindi la mia previsione circa la fine del berlusconismo, e dicevo più o meno: “L’inganno, la narrazione falsa della realtà sociale non potrà andare avanti all’infinito. Prima o poi i problemi e il disagio del popolo italiano si faranno tanto gravi, che non potranno essere più nascosti né camuffati, ed allora il leader non potrà più dare ad intendere che sotto il suo governo la barca-Italia vada a gonfie vele, e nemmeno che il suo programma di sviluppo sia stato efficace, le promesse di benessere mantenute.”. Questo momento è arrivato: il dolore di una gran parte del nostro popolo non può più essere tacitato, urla anche alle orecchie di chi non lo vuole sentire, e il disagio e l’affanno di molti non possono più essere nascosti o coperti da droghe.

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Re: La fine di Berlusconi: un punto di vista di psicologia sociale.

Messaggio  italiota il Sab Mag 21, 2011 6:59 pm



Continua:

Lo stato di sofferenza di tanti cittadini italiani non è l’unica evidenza che è divenuta più forte delle coperture e delle menzogne mediatiche. Anche la vita allegra del capo del governo è una evidenza che ha “bucato” tutti i rivestimenti ed i filtri protettivi, ed è giunta alla percezione del popolo. Rosy Bindi è sconvolta dall’indifferenza che oggi manifesta la pubblica opinione per la qualità intrinseca di una certa vita privata: il popolo italiano ieri si sarebbe di certo turbato, sconvolto, indignato, sapendo che il suo capo del governo tratta le donne come oggetti di piacere, e sembra permettere, agevolare, sfruttare la prostituzione come fruitore, e perfino quella minorile. Rosy Bindi in certi dibattiti televisivi attacca Maurizio Lupi, che pure è cattolico, perché coprirebbe certe situazioni del premier con la propria autorevole testimonianza, anziché dissociarsi e/o denunciare. Di sicuro ha ragione la Bindy quando spaventata rileva la attuale indifferenza morale del popolo. Ma ciò che ha finito per nuocere a Berlusconi e ne ha decretato la fine, oltre al fattore citato in precedenza, e ad altre cause che esulano da questa analisi, non è l’immagine di una vita privata dissoluta. E’ piuttosto il CONTRASTO TRA QUESTA VITA, DEL TUTTO ALLEGRA, E LA DISPERAZIONE, LA SOFFERENZA E L’AFFANNO ATTUALE DI GRAN PARTE DEL POPOLO. Mentre tanti perdono il lavoro, tanti altri sono a rischio di perderlo, altri ancora non arrivano a fine mese con lo stipendio, una siffatta dispersione di energie nell’edonismo individuale non appare accettabile in un capo del governo. Sarebbe come in tempo di guerra fare festa e brindare sotto i bombardamenti, al sicuro nel proprio bunker inespugnabile. Appare quindi agli occhi di molti, che un tempo erano berlusconiani, una inaccettabile ipocrisia essere sempre presenti a L’ Aquila o sempre a Napoli in certi momenti, come pure comperare una casa a Lampedusa in tempi recentissimi.

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Re: La fine di Berlusconi: un punto di vista di psicologia sociale.

Messaggio  italiota il Mer Mag 25, 2011 10:00 pm



Continua:

Ricapitoliamo: gli esperti di psicologia sociale avevano previsto la caduta di Berlusconi, che sembra iniziata, sulla base di un semplice assunto (che per loro è una legge scientifica): non vi è forma alcuna di propaganda, nemmeno quella subliminale, che possa prevalere in un contrasto con la rappresentazione diretta della realtà. Oggi il prestigio ed il potere del capo del governo sono entrati in crisi perché il reale che contrasta con i temi della propaganda si impone alla percezione dei cittadini, non può essere più nascosto o camuffato dai telegiornali e dalla stampa compiacenti. Quando una fabbrica chiude e gli operai bloccano i trasporti o si arrampicano sui tetti e minacciano il suicidio, queste cose non si possono ignorare. Altresì, una certa signorina fermata di notte in questura, pare aver tolto il velo, senza volerlo, che copriva la vita privata del premier.

Concludendo: noi che avevamo sognato la fine della parabola politica di Silvio Berlusconi non possiamo esultare se questo avviene alle seguenti condizioni: perché il popolo è pervenuto alla disperazione, o perché si è scoperto che il primo ministro del nostro Paese si diverte pazzamente anziché affrontare il problema del lavoro, ed altri problemi meno drammatici ma pur sempre gravi ed urgenti, come il sovraffollamento delle carceri, la carenza degli insegnanti, o la pessima cura e gestione divulgativa dei nostri tesori artistici.

Ben altrimenti si doveva contrastare Berlusconi, che non lasciando andare alla deriva la nazione, affidandosi al “tanto peggio, tanto meglio”.

Si doveva impedire che egli detenesse il monopolio dell’informazione, e si doveva tentare per tempo la strada della conquista dei media, e della diffusione di una diversa narrazione della realtà, secondo l’ispirazione di Giulietto Chiesa.




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