Sulla meritocrazia nel pubblico impiego...

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Sulla meritocrazia nel pubblico impiego...

Messaggio  Admin il Mar Ago 04, 2009 10:14 pm

Prima che il forum del CPL venisse soppresso repentinamente, andavo sviluppando in quell'ambito un mio dicorso critico sulla meritocrazia, che rimase incompiuto. Voglio riprendere qui l'ultima parte di quella lunga trattazione, per cercare di portarla a compimento assieme agli utenti del mio nuovo forum.
Così si diceva:

"Nel mio primo post, intitolato “Buongiorno notte”, tentai di mettere in evidenza gli esiti delle prime forme di differenziazione retributiva fra i lavoratori di una stessa qualifica, dediti alle stesse mansioni. Sottolineai come si fosse prodotto un progressivo sfaldamento del tessuto sociale, dell’unità di corpo, ed un crescendo di forme di aggressività fra colleghi, fino a casi di violenza. Venne da me trattata una vecchia casistica di incentivi e di premiazioni, che precorsero quella che oggi si definisce comunemente “meritocrazia”. Si trattava delle “nuove” indennità di turnazione, dei progetti finalizzati., dei super-progetti, della riqualificazione.


Quindi, ho già insistito a sufficienza sulla tesi, peraltro ovvia, dell’odio che subentra fra persone che condividono il lavoro ed il guadagno, quando si differenziano i salari, un odio che è direttamente proporzionale alla quantità di sperequazione che si introduce, ma anche alla percezione o valutazione del grado di ingiustizia che i nuovi dislivelli vengono a determinare.


Ragazzi, non si sta trattando di un brustolino, come ritengono e sottovalutano i fautori della meritocrazia. SI STA TRATTANDO DELL’ODIO.
L’odio non è un brustolino. Oltre ad essere un macigno sulla qualità della vita nei luoghi di lavoro, l’odio è energia, energia intensa. Energia che viene sottratta all’attività. Energia che non può essere riversata sul processo produttivo neanche in forma di sublimazione, Si può sublimare l’amore in rapporti lavorativi che esigono la collaborazione, l’odio non si può sublimare.


L’odio non scaricato e non sublimato, nel migliore dei casi abbasserà il livello energetico del lavoratore, e quindi il suo rendimento produttivo. Nel caso peggiore produrrà un fattaccio foriero di conseguenze disciplinari, con conseguente calo della produzione. Infatti, un lavoratore sospeso dal servizio per motivi disciplinari è una unità produttiva in meno; un lavoratore che si reca a Roma per essere giudicato dalla commissione disciplinare manca per alcuni giorni dal servizio; un lavoratore preoccupato per il procedimento disciplinare che lo attende lavora con meno attenzione e meno energia, e quindi produce di meno e meno bene.


Ma abbiamo esaminato preventivamente finora gli estremi opposti, mentre saranno di gran lunga prevalenti i casi “mediani”.
Instaurandosi un clima competitivo nel posto di lavoro, poiché la progressione meritocratica non può essere data a tutti, ogni lavoratore si sentirà attorniato non più da colleghi, ma da avversari. Molto presto questi avversari diventeranno nemici, come vedemmo in “Buongiorno notte”. Ed allora crollerà ogni collaborazione costruttiva, come la pura e semplice trasmissione del sapere, di informazioni utili al perseguimento del prodotto finale (che nel nostro caso è un buon servizio per il pubblico). Più volte la meritocrazia andrà ad inceppare la catena che produce il risultato. Quando un lavoratore intuirà, o saprà per certo, che il merito con relativo punteggio sarà dato ad un altro, sarà fortemente tentato di non collaborare e forse anche di boicottare.


Ritornando al piano astratto, quel piano che tutto sintetizza e comprende: gli psicologi della GESTALTTHEORIE dimostrarono che “IL TUTTO E’ MAGGIORE E COMUNQUE DIVERSO DALLA SOMMA DEI SUOI COMPONENTI”. Questo principio vale anche per il pubblico impiego. Ogni servizio prodotto NON nasce dalla SOMMA di prestazioni individuali. Se così fosse, e se non valessero le obiezioni appena espresse, i fautori della meritocrazia avrebbero ragione: miglioriamo tramite i premi l’efficienza degli ingranaggi della produzione (ossia i lavoratori), ed avremo un maggior risultato. Infatti, aumentando gli addendi di una somma aritmetica, anche il risultato aumenta. Ma la produzione di servizi, a differenza della produzione di automobili, non è una sommatoria di sforzi individuali. Entrano in gioco nel nostro caso delle variabili tipicamente umane, che sono le relazioni e le connessioni volontarie. E sono queste, che la mazza meritocratica va a colpire, con inevitabile riscontro sui prodotti finali, ovvero sui servizi resi.

Sul piano astratto ed analogico: il taylorismo riduceva l’operaio ad una macchina, ottimizzandone i movimenti del corpo per le finalità produttive, ed intensificando i procedimenti lavorativi PER QUANTO POSSIBILE. Il taylorismo diede un “buon” esito, mantenne le sue promesse per un tempo breve iniziale, ma poi produsse scioperi e rivolte operaie, con perdite secche in termini di produttività.


Una parabola quasi uguale conoscerà forse la meritocrazia fra gli statali, momentaneamente Brunetta sarà portato in trionfo dalla pubblica opinione per i risultati conseguiti dalla sua riforma (e dopo di lui trionferà eventualmente Ichino, nell’ipotesi improbabile che il centro-destra italiano smetta di vincere le elezioni politiche). Ma con il tempo la produzione di servizi regredirà, forse perfino rispetto ai bassi standard attuali.
Sembrerà ai fautori della impostazione meritocratica che io stia facendo discorsi troppo astratti, da filosofo. Tenterò in un prossimo post di calarmi più nel concreto.".
(Continua)


Ultima modifica di Admin il Dom Giu 12, 2011 6:42 pm, modificato 3 volte

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Re: Sulla meritocrazia nel pubblico impiego...

Messaggio  Admin il Mar Ago 04, 2009 10:21 pm

Continua:
La dimensione più concreta e più certa per ogni lavoratore è quella del suo lavoro. Tratterò quindi ancora una volta di casi dei custodi, come già feci nel mio antico “Buongiorno notte”. Quello scritto conteneva il resoconto della decadenza progressiva, prodotta da diversi sistemi premianti, in un gruppo di lavoro di guardiani museali. Questa descrizione si fermava alla soglia della riqualificazione, dopo gli esami e prima delle nomine.


Come è andata a finire ? Oggi i custodi di quella sede espositiva sono divisi in tre fasce, come succede dappertutto: B1,B2,B3. Tutti i B2 e B3 riconoscono che alcuni colleghi, pur rimasti B1 perché hanno rifiutato le forche caudine della riqualificazione, sono lavoratori migliori di loro. Non ci credete ? Prendete confidenza con i miei colleghi e poi verificate, chiedendolo a loro.


Questi B1 più bravi dei B2 e dei B3 nel fare accoglienza o nella semplice attività di custodia, continuano a lavorare come prima, per un loro senso etico, pur guadagnando DI MENO di molti colleghi, i quali lavorano DI MENO e MENO BENE di loro, ma guadagnano di PIU’. Continuano a lavorare bene perché la loro “regressione” è stata una libera scelta, una scelta di dignità. Se questo declassamento fosse stato prodotto *senza il loro consenso*, per una decisione dall’alto…forse la loro reazione sarebbe stata diversa: non sarebbe giunta, si spera, fino al punto di compiere atti vandalici sul patrimonio custodito, ma fino a tirare i remi in barca probabilmente sì. E se tirano i remi in barca certuni che lavorano per tanti, il vuoto di produttività si sente e si vede.

Si dirà che la nuova meritocrazia è ideata per raggiungere l’obiettivo opposto, per incentivare, riconoscere ed esaltare il valore individuale. Ma errori di valutazione e condizionamenti in qualche caso non mancheranno, ed in alcune situazioni saranno la goccia che fa traboccare il vaso. Perché non sarà una ingiustizia di poco conto. Nell’impiego statale infatti vi è chi non lavora affatto ed anche chi lavora per quattro. Provatevi a confondere uno di questi con uno di quelli. Non si tratterà di dare un “10” a chi merita “9” e viceversa, si tratterà invece di dare”5” a chi merita “9” e viceversa. E tanti auguri, le conseguenze su sistemi nervosi, personalità e comportamenti compressi, frustrati e umiliati, nonché esasperati da tanti anni, saranno per forza ESPLOSIVE.


Proviamo a soffermarci su questi che lavorano per quattro. Credo che Brunetta ci abbia azzeccato, sono circa un quarto del totale.

Ieri, prima dell’introduzione di tanti incentivi che negli anni hanno sgretolato lo spirito di gruppo ed il senso del collettivo, questi lavoratori avevano due tenui fiammelle che li scaldavano. La loro dignità ed il riconoscimento della medesima. I diversi incentivi introdotti negli anni hanno quasi spento la seconda fonte di calore, il sostegno morale. Ora la meritocrazia competitiva darà il colpo di grazia a questo motivo di conforto.

Perché è il senso del collettivo come *dato culturale* che viene mandato del tutto a puttane. Finché ci si sente poco o tanto “famiglia” si è grati a quel leader morale, a quella sorta di “capofamiglia” che lavora per tutti e con il suo sacrificio salva l’onore del gruppo ed impedisce la rovina collettiva, coprendo le mancanze degli inadempienti al dovere. Quando invece si è educati ed allenati al mero individualismo competitivo sparisce dalle menti anche il concetto di “collettivo” e con ciò svapora ogni merito, e quindi ogni riconoscimento, per chi si sacrifica per il gruppo, ovvero si sacrifica per UN VALORE INESISTENTE, PER UNA ENTITA’ INESISTENTE.

Oggi, come dato culturale di questo contesto, ESISTE SOLO L’INDIVIDUO. Chi si impegna per una entità metafisica come il gruppo di lavoro, quindi, non è più un benemerito, è soltanto un coglione.

Ancora una volta vi sarà chi ritiene che io stia arzigogolando con vaghezze astratte, intellettualoidi, che non possono competere con le sane, concrete riforme dei tempi attuali, riforme tanto attese, e da tanto tempo.
A chi ragiona così do un consiglio: leggersi i vecchi manuali di Storia per le scuole che furono scritti da uno dei nostri Autori più accreditati: il “materialista” Armando Saitta.


Un marxiano come il venerabile Armando non esita a riconoscere e a sottolineare, insegnandolo ai giovani, un certo principio, che io mi azzardo a tradurre in questi termini: nella determinazione di molte vicende umane collettive, e nella risoluzione dei conflitti storici, incidono maggiormente fattori di natura ideale, rispetto a spinte materialistiche, volte al soddisfacimento dei bisogni fisici.


Riferendoci sempre al pensiero del grande Armando: nel nostro caso, l’idealità dell’onestà e del decoro personale, nonché il “vantaggio psicologico” o ricompensa morale di queste doti, che si attuava un tempo tramite il riconoscimento ed il plauso della pubblica opinione, sono stati la pulsione decisiva per certi comportamenti minoritari eroici, che hanno mantenuto in piedi e fatto funzionare per decenni l’erogazione di servizi della pubblica amministrazione.

Quelle motivazioni ideali più sopra ricordate sono state la colonna portante dell’impiego statale. La meritocrazia, mentre vorrebbe rinforzare questa colonna, ovvero la motivazione all’impegno dei lavoratori virtuosi, paradossalmente va ad abbatterla.


Perché la meritocrazia annienta la classe lavoratrice in quanto tale, sostituendola con una sommatoria di INDIVIDUI ostili fra loro, annienta quindi il coro che applaude gli impiegati virtuosi, annienta la pubblica opinione che li gratifica con il suo “O.K.”.


Oltre ad annientare il CONSENSO COLLETTIVO, che ieri era una causa determinante per i comportamenti migliori, la meritocrazia DISINCENTIVA ulteriormente il consenso di ogni singolo lavoratore nei confronti del collega più bravo: se il più meritevole ha già avuto il suo premio, un gettone (poniamo 100 euro) che a me non è stato dato, che bisogno c’è che io ANCHE lo applauda ? Ha già avuto il suo premio.


Così il sistema meritocratico toglie il tradizionale “gettone” simbolico, la gratificazione del riconoscimento morale, ai lavoratori impegnati. Sostituisce questo gettone simbolico con un gettone materiale (poniamo 100 euro).

Certamente il sollievo di un guadagno maggiorato è una risorsa che perdura. Ma l’euforia del lavoratore interessato dura solo pochi mesi (io credo non più di due), e la gioia per questo motivo non dura molto di più. Tutto il beneficio viene presto normalizzato, assorbito dalla vita e dalle sue dinamiche, compreso il caro-vita, tutto psicologicamente svapora.

Che cosa rimane invece ? Rimane l’amarezza di constatare che l’antica stima, ammirazione e riconoscenza dei colleghi si è perduta. E di constatare come altri, ingiustamente, abbiano avuto lo stesso incremento retributivo, che quindi non è più un riconoscimento pregiato, è un “gettone avvelenato”.


La meritocrazia nell’impiego statale va dunque a togliere il tradizionale incentivo, ovvero la stima e la riconoscenza, per sostituirlo con uno nuovo, poniamo di cento euro. Il vecchio incentivo perdurava negli anni e nei decenni, il secondo esaurisce presto la sua efficacia propulsiva.. A medio termine quindi la meritocrazia toglie del tutto il sostegno alla produzione, quel sostegno che avrebbe dovuto rinforzare.
(Continua)


Ultima modifica di Admin il Dom Giu 12, 2011 6:39 pm, modificato 1 volta

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Re: Sulla meritocrazia nel pubblico impiego...

Messaggio  Admin il Mar Ago 04, 2009 10:24 pm

La riqualificazione nei ministeri, ricordata in precedenza, è una delle prime modalità di conversione delle burocrazie statali in sistemi meritocratici. Si è pure accennato che si tratterebbe solo di un PRECORRIMENTO del peggio, che deve ancora venire. Abbiamo considerato qualche esito paradossale delle predetta riqualificazione, riferendoci all’area B, nei servizi della vigilanza.

Non è competenza di chi scrive queste note giudicare l’esito del processo in questione per l’area C. Ma lo scrivente ha raccolto il grido di rabbia, dolore e sconforto che da tante parti d’Italia promana, quel grido che i forum sindacali hanno raccolto ed amplificato, quella sofferenza ed indignazione dei meritevoli che hanno visto tante teste gloriose, atavici parassiti, raggiungere le posizioni apicali, incrementando la loro presunzione, e veder sancita una uguaglianza *molto più pesante ed iniqua* di quella precedente, molto più tossica del livellamento in basso da cui si partiva. Queste cose non sono successe a Bologna, non a Bologna, non a Bologna, non sotto gli occhi dello scrivente, al quale però è comunque difficile credere che altrove non siano successe.


Certo non tutti gli attuali C3 hanno il valore scientifico di funzionari come il dr.Franco Faranda, la dr. Silvana Gorreri, la dr. Maria Guglielmina Felici ed altri come loro, ed io dubito che funzionari valorosi come i Signori citati, che non sentiamo lamentarsi perché sono veri Signori, dubito comunque che siano contenti di essere definiti pari grado, ovvero pari capacita’ e competenza, pari a certi atavici incapaci e/o parassiti. DEFINITI PARI DOPO UN PROCESSO SELETTIVO BASATO SUL MERITO ! Era meno umiliante la situazione di prima, essere autentiche vittime, socialmente riconosciute come tali, del massificante socialismo all’italiana, vittime della demagogia sindacale, vittime dei custodi prepotenti.


Il mio amico Carlo della Cgil non vuole rassegnarsi a credere che non si potesse fare nulla di meglio di questa ed altre premiazioni che tutti critichiamo, e che NON SI POSSA VERAMENTE DARE UN RICONOSCIMENTO AI MERITEVOLI, evitando conseguenze peggiori del male.
Un qualsiasi italiota azzarda una prima risposta “in soldoni”: no, Carlo, non si può fare di meglio. Se fosse possibile Rossi e Calcara lo avrebbero fatto. Non avrebbero resistito in sella per tanti anni se fossero due coglioni o due masochisti…
(Continua)


Ultima modifica di Admin il Dom Giu 12, 2011 6:40 pm, modificato 1 volta

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Re: Sulla meritocrazia nel pubblico impiego...

Messaggio  Admin il Mar Ago 04, 2009 10:27 pm

E’ evidente quindi che sono stati riqualificati e gratificati di uno stipendio più alto, nonché di altre voci retributive maggiorate, non pochi che NON MERITAVANO, alla faccia della MERITOCRAZIA. Appare paradossale allora la vanteria di Libero Rossi, di aver creato e messo in moto un meccanismo che ha permesso all’80% del personale di riqualificarsi.

Lo stesso Libero Rossi però, in altri contesti polemici, rinfaccia a Cerasoli e a Giacomazzi (due suoi avversari che fonde in un’unica mostruosa creatura di fantasia, il “Ceramazzi”) di aver propugnato la soluzione dell’avanzamento gratuito di un livello retributivo per tutti. Ora, questa soluzione era preferibile. Non avrebbe seminato tanto odio ( l’odio abbassa la produttività, si è detto in un post precedente). Non avrebbe ferito nessuno. Non avrebbe avvelenato il clima ed i rapporti umani fra colleghi, in tanti luoghi di lavoro. Sarebbe stata una soluzione meno ipocrita. Perché riqualificare l’80%, nel nostro caso è una autentica porcheria.

Rossi è troppo esperto del suo, nostro ministero per non sapere che da noi i meritevoli sono inferiori di numero anche alla percentuale della stima brunettiana (che è la valutazione della *disistima*). Quelli bravi da noi sono assai meno dell’80%, e sono pure meno del 25%. Premiare l’80% significa:
1) offendere i meritevoli
2) esacerbare il 20% che rimane fuori
3) COMPORTARSI IN MODO IPOCRITA E SINDACALMENTE DISEDUCATIVO.


La soluzione che veniva proposta da Cerasoli è detta anche distribuzione “a babbo morto”.
Secondo il mio modesto parere Cerasoli ha avuto il torto di non insistere con il suo “babbo morto”, di non esplicitare al massimo la sua posizione, di non difenderla, di non farsene un vanto (e forse di vergognarsene), di non farne un CAVALLO DI BATTAGLIA CULTURALE E IDEALE.


“A BABBO MORTO” E’ CIVILTA’ ! Altro che meritocrazia !
“A babbo morto” è il futuro, in un pianeta dove a dire il vero presto non ci sarà più nessuna eredità da spartirsi, ma solo le residue risorse della terra violentata e stremata. Si dovrà scegliere, un domani non tanto lontano, tra lo sterminio dei poveri e la loro sopravvivenza, che potrà realizzarsi solo chiudendo le fonti e i rubinetti del surplus per i ricchi e per i bravi, livellando tutti in basso, e salvando così la vita a tutti.


La soluzione di Cerasoli era un primo allenamento ai tempi nuovi. Era soluzione educativa. Era soluzione che doveva essere difesa a petto in fuori e caricata di idealità. Peccato che lui non lo abbia capito.
(Continua)


Ultima modifica di Admin il Dom Giu 12, 2011 6:41 pm, modificato 1 volta

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Re: Sulla meritocrazia nel pubblico impiego...

Messaggio  Admin il Lun Ott 19, 2009 9:52 am

Da pochi giorni è passata la riforma-Brunetta per l'impiego statale. Crosciano ancora gli applausi della pubblica opinione. In questa deriva culturale io ritengo più che mai necessario che non taccia qualche voce alternativa, e per alimentare queste voci contrarie io faccio quel poco che posso, come riproporre all'attenzione dei miei utenti e dei miei lettori questo vecchio topic. Non saranno i discorsi come il mio ad invertire la rotta, ma potrebbero essere semi per il futuro, quando la tempesta sarà passata.

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