6 GIUGNO-ONORE A ROBERT KENNEDY

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6 GIUGNO-ONORE A ROBERT KENNEDY

Messaggio  Admin il Sab Giu 05, 2010 9:36 pm

6 GIUGNO-ONORE A ROBERT KENNEDY.
Oggi è l’anniversario della morte, per assassinio, di un grande dell’Umanità.
Forse il modo migliore per ricordarLo è attingere qualche frase dal discorso che sua figlia, Kerry Kennedy, pronunciò a Roma il 14/04/2005, in occasione dell’inaugurazione di una mostra fotografica dedicata al padre.

“Guardare queste fotografie mi fa tornare alla mente molti ricordi: le immagini della campagna presidenziale di Robert Kennedy 37 anni fa, delle persone che gli andavano incontro e cercavano disperatamente di toccarlo' guardare queste fotografie mi ricorda il 'dopo', mio padre che tornava a casa con le dita rosse e gonfie, senza i gemelli ai polsini per tutte quelle mani che hanno cercato di afferrare la sua.
Ho sentito centinaia di storie da gente di tutto il mondo che raccontava ciò che Robert Kennedy ha significato per loro.
Ogni storia è diversa dalle altre, ma tutte hanno un denominatore comune che rende Robert Kennedy una persona così speciale.
Riusciva a toccare qualcosa di molto profondo nel cuore della sua gente. Perché quello che toccava era la nobiltà dell'animo presente in ciascuno di noi
.
Parlava alla nostra parte migliore, alla parte di noi che crede nella speranza, nelle possibilità, nella capacità di superare anche le prove più dure a cui veniamo sottoposti in quanto mondo, a quella parte che ci dice di impegnarci per il bene della comunità perché solo con il nostro coinvolgimento possiamo contrastare la forza dell'oppressione.
Credeva fermamente nelle capacità dei singoli individui. Diceva: 'Non lasciatevi scoraggiare pensando che non ci sia nulla che un individuo possa fare per combattere la grande schiera dei mali del mondo'. Così, chi incrociava la sua strada cominciava a credere in se stesso……………………………………………………………………………………………………………………………………………...
Ho parlato con latinoamericani, gente di colore, americani nativi, operai e professionisti. Tutti hanno detto la stessa cosa: con la morte di Robert Kennedy è morta anche la nostra speranza. Mi sono commossa per il grande rispetto e l'affetto che la gente prova per lui, a più di venticinque anni dalla sua morte. Sono ancora angosciata da questo sentimento. E lo sarebbe anche mio padre”.


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Bob Kennedy, messaggio dedicato ai giovani

Messaggio  Admin il Sab Giu 05, 2010 9:39 pm

MESSAGGIO DEDICATO AI GIOVANI

Giovane amico,

di Robert F. Kennedy, più noto come “Bob”, le enciclopedie italiane di immediata consultazione non dicono molto. Troviamo nella “Garzanti”: “K..Robert, uomo politico statunitense, fratello di John Fitzgerald. Candidatosi alla presidenza nel 1968, fu assassinato a Los Angeles dal giordano Shiran B. Shiran.”. La “PICCOLA TRECCANI” riporta di lui che fu ministro della giustizia, senatore, “ fautore fra i più decisi della integrazione razziale e della parità dei diritti civili per tutte le minoranze….. sostenne vigorosamente l’opera del fratello…ne assunse idealmente l’eredità… fu ucciso…”.
Tu sei , caro amico, di un’altra generazione, rispetto al senatore Kennedy ed anche a chi scrive queste note modeste. Tu le ricerche non le fai tramite i libri e i documenti d’archivio, ma tramite GOOGLE. Se vuoi addentrarti, per tuo conto, nel labirinto che io ti propongo, potrai trovare.
- Fu amico di Martin Luther King
- Alla morte di questi, con la popolazione nera in rivolta e gli Stati Uniti a rischio di guerra civile, Egli, che aveva sempre difeso i diritti e la dignità dei cittadini di colore, fu l’unico bianco che potè entrare indisturbato nel ghetto dei neri di Indianapolis per manifestare il proprio cordoglio. Anche la polizia stava alla larga da quella zona, ma a Bob non fu torto un capello. Egli portò un messaggio di non violenza e riuscì a placare un poco gli animi.
- Corresse la politica del fratello John, favorevole alla guerra in Vietnam, e propugnò il ritiro, scontrandosi ripetutamente con L. Johnson..
- Era stato uno dei consiglieri più ascoltati dal fratello, benché avesse poco più di trent’anni, quando si trattò di prendere decisioni di portata planetaria.
Come la risposta da dare alla minaccia dei missili a testata nucleare che l’Unione Sovietica andava installando a Cuba. Qui, giovane amico, dovrai avere grande passione e talento di ricercatore, se vorrai scoprire la verità che si legge a stento tra le righe, talvolta. La verità che Bob, nella sua grandezza e nella sua modestia, ha taciuto al mondo e alla Storia. CHE FU LUI A PARTORIRE LA SOLUZIONE VINCENTE, DELL’EMBARGO O QUARANTENA DELL’ISOLA, EVITANDO LA TERZA GUERRA MONDIALE, CHE SAREBBE STATA GUERRA ATOMICA. Fu questo giovanotto freddo e cinico, come lo dipingevano alcuni giornalisti dell’epoca, a sostenere il fratello

affinché non prevalessero i falchi dei comandi militari, e coloro che avevano perso la testa per la paura, la stessa paura che stava pervadendo tutto il mondo.
Non pretenderò mai che tu creda alle mie parole, non conoscendomi nemmeno, e sarei lietissimo se tu ti addentrassi nella ricerca per curiosità, o per spirito di sfida, o per verificare tutt’altra ipotesi di lavoro. Io ho scritto questo “manifesto” nell’intenzione di togliermi un senso di colpa per aver fatto come quasi tutti gli italiani, che non sono grati all’uomo che ha salvato il pianeta in cui vivono e quindi le loro vite, la loro, la nostra possibilità di essere qui a discorrere insieme, Se accetti un ultimo suggerimento, per prevenire un senso di colpa, unisci un tuo sussurro “cautelativo” alla mia voce che grida ONORE A ROBERT KENNEDY.
Davide Selis

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Bob, messaggio per i cattolici

Messaggio  Admin il Sab Giu 05, 2010 9:42 pm

Riservato ai cattolici…


LETTERA A BOB

Caro Bob,
noi cattolici (tu, io e tanti altri), crediamo che, per il tramite della preghiera e dello Spirito Santo, sia possibile dialogare tra le due diverse sponde del creato, che la morte separa. So che mi ascolti. Mi rivolgo a te per dirti grazie almeno una volta, cosa che non ho mai fatto e nel mondo intero pochi hanno fatto. Non appena mi sono addentrato in questa ricerca per onorare la tua memoria, ho scoperto subito quanto siano deboli le calunnie che il NEMICO non ti risparmiò, non poteva risparmiarti.
La prima ombra che qualcuno volle gettare riguarda una presunta collusione con potenti organizzazioni mafiose, che avrebbero usato la mano di Shiran per farti pagare promesse non mantenute. Nessuna traccia si trova, solo fantasiosi ricami, già quasi del tutto dissipati dal tempo, che è galantuomo. Usando soltanto il buon senso dell’uomo della strada, mi dico che la mafia uccide chi è suo nemico, oppure uccide un uomo considerato come pedina per dare un avvertimento più in alto. E più in alto di te non c’era nessuno da avvertire, allora.
La seconda ombra riguarda una tua presunta relazione con Marylin Monroe. Appare debole il sospetto, dicono oggi le testimonianze più oneste. Fermo restando che sarebbero stati fatti tuoi (e di tua moglie) soltanto, il nemico, che tu oggi vedi dall’alto nelle sue bassezze,e dal quale ti sei liberato per sempre, non poteva sopportare l’immagine e la realtà di vita serena e di unione felice che avevate tu ed Ethel. Ed ha usato la lingua dei calunniatori. I quali sono uomini che, come la maggior parte, non si sarebbero astenuti da una possibilità con la Marylin di allora, e proiettano anche sugli eroi le loro debolezze. Da uomo della strada, ancora una volta, mi dico che; se uno mette al mondo e cresce con amore ben undici figli, come tu hai fatto, ed alla morte del fratello si fa carico anche di molti nipoti, e nel “tempo libero” svolge quel po’ po’ di attività culturale, sociale e politica che tu hai svolto, fino a vincere le primarie per la Casa Bianca, e non appare stressato ma sereno, non può avere anche il tempo e le energie per relazioni nascoste con le star del cinema. Ed un cattolico che prende così alla lettera l’enciclica HUMANAE VITAE, che a tutti noi ha dato tanti problemi…
Caro Bob, mi lascio andare ai ricordi: la tragedia della tua fine fu ripresa in diretta televisiva e purtroppo fu vista da uno dei tuoi undici figlioli, che ne rimase sconvolto e segnato per tutta la vita. Enorme fu l’emozione in tutto il mondo; in Italia il papa PaoloVI fu tra i primi a commentare l’accaduto, con la voce incrinata dall’emozione, davanti ad una folla ancora ignara, che rimase sgomenta. Il giorno dopo molte studentesse, in Italia, erano affrante: eri bello come un divo, ed eri portatore di grandi idealità e speranze; concediamo alle ragazze di allora, che avevano il merito storico di muovere i primi coraggiosi passi verso la parità totale con noi, la venia di aver considerato anche il tuo aspetto fotogenico ed accattivante, e di averlo amato. Ricordo tanti meriti tuoi, tutti tanto grandi, che se li avesse uno dei nostri politici di oggi, sarebbe idolatrato: il no alla guerra nel Vietnam (se tu fossi divenuto presidente, si sarebbero salvate tante vite umane e risparmiate tante violenze, per lo stesso esito storico che si è poi avuto), aver inventato una sinistra moderna, che sapesse coniugare pragmatismo e passione, l’impegno personale coraggioso e totale contro le discriminazioni nella società (si dovette a te persino una ordinanza contro le diversità dei diritti nelle stazioni dei bus)…la mia memoria è debole e di sicuro ti farò torto…
Ma, per una volta almeno, non voglio farti torto sulla principale ragione di questo mio mediocre impegno, nella ricerca di te e di quel mondo già tanto lontano: Grazie per aver impedito la guerra atomica. Sai che ho controllato le mie informazioni, che mi pervenivano da ricostruzioni sceniche, interrogando uno storico di fama mondiale che vive negli Stati Uniti gran parte dell’anno. Sai che non gli ho chiesto il permesso di citarlo, e quindi non lo faccio. Sai pure che non sto scrivendo una tesi di laurea (se Dio vuole, ne hai già avute diverse), ma note soggettivissime per una conversazione con amici e colleghi. Rendere le fonti controllabili non è un mio obbligo in un dialogo con amici.
Fra i tuoi meriti ne ricordo pure uno postumo: per onorare la tua memoria fu fondata una associazione senza scopo di lucro che, negli anni, ha portato avanti imprese culturali umanitarie e sociali, sul modello dei tuoi ideali di vita.
Un aiuto io ti chiedo. Anche se eri un uomo modesto e schivo, fa’ che questa commemorazione non finisca qui, che qualcun altro faccia qualcosa per onorarti: c’è chi è molto più bravo di me in INTERNET, e potrebbe superare l’Oceano con un messaggio di conforto ai tuoi cari; qualcuno potrebbe aiutare l’opera del “Memorial “ a te dedicato; io sarei già contento se uno apponesse a questo mio intervento un semplice “ONORE A ROBERT KENNEDY”, a mo’ di fiaccola accesa per la ripresa, ad un qualsiasi livello, del SOGNO SPEZZATO.
Nel congedarmi da te, caro BOB, permettimi di rivolgermi agli amici miei, e a chi passa da queste parti, come a te non piace, e con un tono perentorio ed apparentemente imperativo, che vuole esprimere solo l’intensità della emozione che provo: SIGNORI, IN QUEST’ANGOLO D’ITALIA, PER UNA VOLTA ALMENO, SI STA COMMEMORANDO ROBERT FRANCIS KENNEDY. CHE DIEDE UNA SPERANZA AGLI OPPRESSI ED AI GIOVANI. CHE FU DA LORO TANTO AMATO.
CHE SALVO’ DAL PERICOLO DI DISTRUZUIONE ATOMICA IL NOSTRO PIANETA, E LE NOSTRE VITE. SIGNORI, GIU’ IL CAPPELLO. ED UN MINUTO DI
SILENZIO…

BOLOGNA, 6-6-2007
Davide Selis

P.S.
L’ESTENSORE DI QUESTE NOTE E’ UN SOSTENITORE DEL POPOLO PALESTINESE, DELLA SUA DIGNITA’ E DEI SUOI DIRITTI CALPESTATI. COME LO SAREBBE STATO BOB, CHE PURE MORI’ PER LA DIFESA DI ISRAELE.




Ultima modifica di Admin il Dom Giu 06, 2010 12:25 am, modificato 1 volta

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Furio Colombo e Bob Kennedy

Messaggio  Admin il Sab Giu 05, 2010 9:58 pm

Meraviglioso fu un certo articolo che Furio Colombo dedicò nelle pagine de "L'UNITA'" a Bob Kennedy nel 2005, durante il mandato presidenziale di Bush, sotto il titolo. "L'ONORE DELL'AMERICA":

"Oggi è la sua festa, avrebbe compiuto ottant’anni. Ho scritto pochi giorni fa come lo ricordo io: in piedi su una macchina scoperta, senza alcuna scorta tranne i pochi amici che lo avevano accompagnato, in una notte di incendi e di rivolta nei quartieri neri di Washington. Era il 1968, aprile, Martin Luther King era stato assassinato a Memphis, Polizia e Guardia nazionale non erano riuscite a fermare la rivolta. Lo ha fatto Robert Kennedy, arrampicato sul cofano di una automobile, usando un microfono e un amplificatore portatile, perché in città non vi era più luce elettrica.
Lo ricordo anche in una sera quasi estiva del Nebraska (maggio), una lunga passeggiata col cane (e una celebre fotografia) mentre aspettavamo il risultato delle ‟primarie”.
Kennedy raccontava dell’evento più insolito, per un leader americano in quegli anni, il suo viaggio nell’America Latina e nel Sudafrica dell’apartheid. Aveva parlato di democrazia, di libertà, di diritti civili a folle immense, e contro i governi di quei Paesi.
Ecco un modo per ricordare che l’esportazione della democrazia non è stata inventata dai neoconservatori, delle armi e dall’uso senza scrupoli della guerra. Era il progetto di un giovane uomo che credeva nel rispetto degli esseri umani e della loro libertà fino al rischio (e poi fino al prezzo) della sua vita.
Molti ricorderanno che il tema della campagna elettorale del 1968 è stata la guerra del Vietnam. Ricorderanno che Robert Kennedy ha giocato tutto il suo prestigio nell’impegno contro quella guerra, non ha esitato a sfidare il presidente in carica, Johnson, del suo stesso partito, che rifiutava il ritiro delle truppe americane. Ricorderanno che, con la carta della pace, ha vinto tutte le elezioni primarie democratiche, fino alla tappa finale, la California, in cui ha completato la sua vittoria, è diventato il candidato del partito democratico alle elezioni presidenziali e, quella stessa sera (4 giugno 1968), all’Hotel Ambassador di Los Angeles, è stato ucciso per mano di un giovane assassino palestinese il cui mandante è ancora ignoto.
È rimasto nella nostra storia del giornalismo il racconto immediato e dal vivo che di quell’evento ha fatto Andrea Barbato per il telegiornale Rai, tragica conclusione di un ciclo di trasmissioni (tutte le primarie americane) che fino a quel giorno avevamo condotto insieme.
Qualcuno si domanderà, a distanza di tanti anni, perché un pezzo del giornalismo italiano era stato distaccato per seguire in modo così ravvicinato un evento lontano e di interesse non immediato per l’Italia, come le elezioni primarie del partito democratico americano.
Risponderò che in tanti eravamo convinti che la Storia americana stava cambiando in quel momento, e avrebbe cambiato la Storia del mondo.
Erano passati pochi anni da quando John Kennedy, nel suo celebre discorso all’American University, aveva detto che «la pace si salva con la pace» e non con le minacce di guerra, dando il primo grande segnale di distensione fra i due imperi atomici.
Erano passati pochi mesi da quando Robert Kennedy, di fronte a folle festanti (le prime, le uniche dell’America Latina intorno a una personalità americana, prima e dopo di allora) aveva detto, a Lima, a Bogotà, in Argentina, in Brasile che «non è il Paese più forte quello più degno di guidare, ma il Paese più rispettoso delle libertà, della dignità, dei diritti civili, dei diritti umani di tutti le donne e i bambini e gli uomini di ogni altro Paese del mondo».
Per far capire che cosa si era intravisto, seguendo Robert Kennedy attraverso l’America degli anni Sessanta, ricorderò ‟lo sciopero dell’uva”, la più grande, la più riuscita campagna di boicottaggio sindacale e politico che sia mai stata condotta da americani in America.
La questione era immediata e concreta. I raccoglitori di uva della California, tutti messicani e tutti clandestini, alloggiati in campi disumani e pagati quasi niente, avevano proclamato uno sciopero ad oltranza per ottenere il salario minimo delle campagne, avevano eletto leader uno di loro, Cesar Chavez, e avevano chiesto un incontro con Robert Kennedy che si era appena dimesso da ministro della Giustizia.
Kennedy e Chavez si sono incontrati in una ‟Missione”, piccola chiesa francescana della città di El Centro, vicino al confine messicano. Da El Centro è partita la marcia dei contadini senza diritti per portare a Sacramento, capitale dello Stato, la loro protesta e la loro richiesta. Robert Kennedy, con Cesar Chavez, si è messo alla testa di quella marcia, che è durata dieci giorni, e ha attratto l’attenzione dei giovani americani, ne ha coinvolti a centinaia di migliaia. In ogni città americana è cominciato il boicottaggio dell’uva. È continuato in ogni casa, in milioni di famiglie americane fino a che i raccoglitori hanno ottenuto i loro diritti. Ciò che stava accadendo era allo stesso tempo una vicenda sindacale, una dimostrazione politica, e un grande apologo di ciò che poteva essere la vita americana ‟se gli ultimi diventano i primi” nella attenzione di chi governa, come ha predicato, di fronte ai clandestini messicani e ai due leader, il frate francescano che ogni mattina all’alba diceva messa per quella processione un po’ medioevale che, a momenti, è sembrata l’anticipazione di un nuovo mondo.
In quei giorni Robert Kennedy è diventato la figura politica dal seguito immenso, dalla voce inconfondibile, capace di mettersi alla testa di una intera generazione che stava schierandosi (dopo i colpi a vuoto dei fantasiosi anni Sessanta) su un territorio mai esplorato: quello di un mondo moderno fondato sulla solidarietà molto più che sulla forza, sulla pace come valore morale, ma anche come valore economico («la pace costa meno» era lo slogan) nel considerare i diritti delle persone, non quelli dei grandi gruppi che sanno difendersi da soli, la ragione e il fine ultimo del governare.
Tutto ciò non è così utopistico e così campato in aria, se si considerano i due riferimenti costanti nella vita americana: la Costituzione di un Paese che riconosce ‟il diritto alla felicità”. E il pragmatismo intelligente che suggerisce sempre il percorso meno costoso e più conveniente. Robert Kennedy stava dicendo che preoccuparsi, governando, delle condizioni di vita degli esseri umani (lui parlava del mondo, e di qui il suo carisma) è molto più conveniente e molto meno costoso della guerra. E che il frutto della guerra, ancora peggiore del mare di vittime, è l’odio, un mostro capace di riprodurre infinitamente se stesso.
Non sto commentando, sto citando dai discorsi, dalle interviste, dalle conversazioni (sopratutto quella a Omaha, nel Nebraska, mentre aspettavamo il risultato delle ‟primarie” in quello Stato) dagli eventi che stavano facendo di Robert Kennedy il grande leader democratico che scarta la strada della potenza per imboccare quella di una consonanza con la parte migliore del suo Paese e del mondo.
Ama il suo Paese, ma non come un privilegio. E considera ingiusto anche il mondo giusto che tollera e lascia scorrere l’ingiustizia nel mondo di altri.
Non ci sono ‟altri”, nella visionaria e limpida immaginazione di Robert Kennedy. Lui dice ‟noi” per dire ‟tutti”, e non è un santo.
È un leader nuovo che si appresta a governare in modo diverso.
Riflettere oggi sul vuoto di non avere mai saputo come avrebbe governato quel leader non è nostalgia, è dichiarazione politica.
Stiamo per forza confrontando Robert Kennedy con chi governa l’America oggi e stiamo per forza dicendo qualcosa di cui siamo certi. L’America è più grande di chi in questo momento la sta governando.
E noi, i non americani che hanno sempre avuto l’impressione (o l’impulso) di votare quando ci sono le elezioni in quel Paese, restiamo convinti che sia difficile abitare un mondo dominato da una America che si è ristretta nei confini della paura e che permette alla paura di trasformarsi in guerra preventiva, un corridoio cieco in cui si porta tragedia e si incassa tragedia.
Ma stiamo dicendo anche qualche altra cosa. È una domanda che a me sembra drammatica: che cosa è, che cosa può diventare un mondo di prigioni segrete, di catture e di detenzioni illegali, di uccisioni inspiegabili (per noi italiani, Nicola Calipari) di documentazione falsificata per fare una guerra, di affermazioni simultanee come: «abbiamo esportato la democrazia» e «abbiamo usato il fosforo bianco».
Il fatto è questo. L’America è, e resta, la sola grande potenza del mondo. Può la sola grande potenza del mondo perdere il suo onore - che è l’onore della difesa pulita e disinteressata della libertà - agli occhi del mondo? Non è un pericolo mortale se questo avviene? Quando si giunge, nella Storia, a strettoie di questo genere di solito gli analisti si domandano: ‟ma è necessario?”
Come vedete, scelgo una domanda pratica, quasi cinica. Non propongo un quesito morale. Faccio una questione di convenienza. La risposta purtroppo è no. Ed è per questo che la madre del soldato Sheehan, che è saltato su una bomba a Baghdad, è stata mandata via dal ranch Crawford di George Bush nel Texas. Per avere posto con semplicità l’unica domanda che conta: «Mi dica perché mio figlio è morto».
Nessuno dimentica l’11 settembre. E possiamo immaginare che, nonostante il suo dolore, non lo abbia dimenticato la signora Sheehan. Chi vive nel dolore comprende bene il dolore degli altri. Ma resta la domanda: ‟Era necessario inventare una guerra spaventosa che non finisce e che ha provocato crateri nuovi di odio che si moltiplicano ogni giorno?” Era necessario disseminare nel mondo prigioni, luoghi di sequestro, centri di detenzione cieca e definitiva, pratica di torture, assalti a città piene di civili con tecniche radicalmente distruttive? Era necessario oscurare con questi eventi terribili e lugubri l’immagine di un Paese che, essendo il più potente, deve per forza essere il più esemplare, come è stato in altri momenti della sua storia e della nostra storia?
Ci dicono che dobbiamo ricordare di essere stati liberati dagli americani. Noi lo ricordiamo, e siamo antifascisti per questo.
C’eravamo. E perciò conosciamo il prima e il dopo, la fine dell’incubo e l’arrivo della libertà. E infatti soltanto uno scrittore giovane con radici politiche ben diverse pubblica in questi giorni un romanzo per descrivere gli americani della Liberazione come «il male». Eppure fa squadra con quelli delle celebrazioni dei neocons e di questa guerra che continua a portare morte e non finisce.
Per questo oggi, su questo giornale, ricordiamo l’anniversario di Robert Kennedy. Per ricordare la sua America che, opponendosi, alla guerra del Vietnam, ha detto, trentacinque anni prima, ciò che va detto oggi.
E infatti lo dicono quasi ogni giorno, al Senato americano, uomini come Ted Kennedy e John Kerry.
Per fortuna Francis Fukuyama, il teorico della ‟fine della storia”, ha scritto il libro sbagliato. La storia non è finita.
E ricordare non è soltanto nostalgia. È un atto politico di speranza.

Furio Colombo"


Ultima modifica di Admin il Ven Giu 06, 2014 8:40 pm, modificato 1 volta

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Due celebri discorsi di Bob

Messaggio  Admin il Sab Giu 05, 2010 10:25 pm







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Re: 6 GIUGNO-ONORE A ROBERT KENNEDY

Messaggio  Admin il Dom Giu 05, 2011 4:32 pm

Anche quest' anno un fiore virtuale per Lui.

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un fiore per un uomo di Pace...

Messaggio  Roxy il Dom Giu 05, 2011 6:21 pm




Il mio fiore per Bob....grazie Davide per averlo ricordato, tvttttttttttttttttttttttb flower

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Re: 6 GIUGNO-ONORE A ROBERT KENNEDY

Messaggio  Admin il Mar Giu 05, 2012 3:57 pm

CIAO BOB, PROTEGGICI DAL CIELO. CI MANCHI PIU' CHE MAI:



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Messaggio  jomen il Sab Ott 20, 2012 9:35 am

Mi unisco completamente ai sentimenti che hai saputo esprimere con parole così accorate e così giuste per onorare tale grande persona.

jomen

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Re: 6 GIUGNO-ONORE A ROBERT KENNEDY

Messaggio  Admin il Mer Giu 05, 2013 7:44 pm

Mai come in questo caso, mai come quest'anno,
REPETITA IUVANT:

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Re: 6 GIUGNO-ONORE A ROBERT KENNEDY

Messaggio  Admin il Gio Giu 05, 2014 9:51 am

Anche quest'anno un commosso ricordo. La Sua immagine è ingigantita dal degrado e dalle tragedie in cui siamo immersi.

http://www.youtube.com/watch?v=DmGfJvvXd2U

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6 GIUGNO 2015

Messaggio  Admin il Ven Giu 05, 2015 11:33 pm

Ciao Bob, come stai? Immagino benissimo... quest'anno ho scelto do onorarti tramite twitter... dà un'occhiata da lassù, e non ti dimenticare di noi...!

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